di
Nicolò Franceschin
Il ruolo decisivo del padre, i rifiuti dello United e una notte da sogno: la storia del «salvatore» del Brasile
Per una notte «l'italiano» eroe in tutto il Brasile non sarà Ancelotti, ma un suo giocatore. Carletto non si offenderà se la vetrina di questi sedicesimi di finale se la prenderà uno che avrebbe potuto giocare per la Nazionale italiana: Gabriel Martinelli. Sì, perché il numero 22 brasiliano fino a qualche anno fa avrebbe potuto scegliere l'Italia. Tra verdeoro e azzurri ha poi optato per i primi. E vedendo com'è andata, ci viene da dire che ha fatto bene. Al 95' ha salvato il Brasile dai supplementari. Era entrato al 66'. Quando la partita sembrava ormai destinata a un'altra mezzora, il suo interno destro ha riscritto un altro finale. Ormai nessuno ci credeva. Nessuno, tranne lui. Come quando da ragazzo dopo essere stato scartato due volte dallo United ha continuato a sperare. Poco dopo è arrivata la chiamata dell'Arsenal. Ha deciso di crederci, un po' come nel 95esimo minuto di Brasile-Giappone.
Ma andiamo con ordine. Partiamo dalle origini, che in questa storia, ancor più di altre, sono fondamentali. Gabriel nasce e cresce in Brasile. Il sangue è verdeoro, con delle percentuali di italianità, grazie agli antenati di papà Joao Carlos. E sono proprio i due genitori le stelle polari del suo percorso. Il suo percorso nel calcio inizia grazie al padre che lo porta quando ha solo sei anni a fare un provino con il Corinthians. Non era riuscito a diventare un giocatore professionista, decide di puntare tutto sul figlio. Lo aveva preparato a quel provino allenandolo in un campo malandato con le porte senza reti a Guarulhos, vicino alla loro casa. E tra un tiro e un palleggio, il piccolo Martinelli sogna di giocare con la Seleção. «Quando la bandiera è dipinta sulla facciata di casa tua, quando hai 15 parenti in giardino, la TV è accesa, ci sono palloncini, fuochi d'artificio, clacson che suonano, i tuoi cugini corrono su per le scale e tuo zio è al barbecue... come si fa a non sognarlo? Guardi la Nazionale e pensi: "Immagina di indossare quella maglia ai Mondiali"», il racconto del giocatore nella lettera a The Players Tribune. Tempo al tempo.











