Houston – Houstonazo non avrebbe suonato bene, sarà per quello che i brasiliani, che vivono con la musica nell’anima, si sono ostinatamente sottratti alla gogna infernale di un’altra umiliazione epocale, perché non era mai successo che la Seleção venisse eliminata con ancora sedici squadre in corsa. Infine non è successo nemmeno nello stadio con l’aria condizionata e il bollente Texas attorno: il Brasile ha piegato il Giappone cinque minuti oltre il novantesimo dopo la lunga paura di non saperlo nemmeno stropicciare. Poi ha cucinato una miscela di idee, sentimenti, orgoglio e fantasia che l’ha tirata fuori da una possibile storica umiliazione.

Brasile di fede, magia e passione. Ma niente Jogo bonito

Il Brasile è stato brasiliano nella fede nella magia, che di sicuro l’ha aiutato. Nella passione, anche. L’allegria, la sua naturale allegria, non ha invece mai saputo cosa fosse, qui non c’è traccia di jogo bonito, ma alla fine la vittoria è venuta sulle tracce della tecnica pura ed è in quel momento - assist visionario di Bruno Guimarães, pennellata raffinata di Martinelli nell’angolino, palo-gol - che il Brasile si è riconciliato con sé stesso, buttandosi nelle braccia del non molto talento che ha portato qui con sé. Ma le premesse della rimonta erano state di altra natura, ancelottiane se vogliamo: i verde-oro si sono sbarazzati del pensiero malsano di essere sbaragliati dal Giappone, che avevano dolorosamente maturato per tutta la seconda parte del primo tempo vedendo i nipponici pressare come ossessi e ripartire come felini, aggrappandosi a qualche lampo di classe di Vinicius, al fervore dell’insistenza e soprattutto all’orgoglio.