di
Marta Blumi Tripodi
Il frontman della band inglese presenta «The Canyon» alla Discoteca Laziale di Roma
Il nome JJerome87 potrebbe suonare sconosciuto, ma in realtà non lo è affatto: si tratta di Joe Newman, il frontman degli Alt-J, una delle band inglesi più innovative e incensate dalla critica dell’ultimo millennio. Gli Alt-J, assicura Newman, «esistono ancora e torneranno, anche se non so ancora quando. Ci siamo presi una salutare pausa». Nel frattempo si è ritagliato il tempo di scrivere un album solista sotto questo pseudonimo, quello di un suo vecchio profilo su Instagram. «È un viaggio diverso, ma la destinazione è la stessa» racconta. «Nel 2022 avevamo appena finito di lavorare all’album con il gruppo: di solito dopo quello sforzo sono creativamente esausto, ma mi sono ritrovato a scrivere molte altre canzoni. Ero da poco diventato padre: potevo esplorare sentimenti nuovi, una nuova identità, un nuovo amore travolgente».
Nasce così «The Canyon», uscito venerdì scorso, che verrà presentato martedì 30 giugno durante un incontro con i fan alla Discoteca Laziale di Roma. È ispirato proprio a sua figlia: «È una specie di capsula del tempo dei suoi primi anni di vita». Musicalmente però non ha nulla di infantile («Anche perché il suo disco preferito al momento è la colonna sonora di “Kpop Demon Hunters”», sorride), anzi, si rifà alla tradizione della musica americana, visto che oggi Newman risiede stabilmente a Los Angeles. «È un ottimo album per viaggiare in auto, i paesaggi della California hanno giocato un ruolo importante». Così come i dibattiti in corso negli USA: «Mr. Alligator» parla «dei predicatori e dei falsi profeti di cui la Bible Belt è piena, ma anche del movimento MAGA e delle ideologie polarizzate», «Quaaludes» traccia un paragone «tra le droghe e gli smartphone: mi sono reso conto che usavo troppo il telefono e che influiva tantissimo sulla mia salute mentale, anche per via dei contenuti apocalittici che l’algoritmo propone». Il tutto senza voler mai essere troppo esplicito o didascalico, dice: «All’università ho studiato belle arti, e ho imparato che le grandi opere devono stimolare riflessioni e trasmettere emozioni, più che fornire risposte precise».






