Nella loro vita di missioni ne hanno fatte tante, in Italia e nel mondo. Hanno operato ovunque, con la passione di chi sa che ogni volta la prima vita a essere in pericolo è la propria. Quando sono arrivati a Macuto, davanti a quell'edificio dove era stata segnalata la presenza di una donna con due figli, non hanno esitato un attimo, hanno indossato caschetto ed equipaggiamento per cercare di "dare una buona notizia" a un popolo devastato dal sisma.

Una corsa contro il tempo, per mantenere viva una speranza ormai ridotta al lumicino, a oltre 100 ore dal terremoto che ha devastato il Venezuela. Tra loro, nel team Usar Ita-02 - la squadra di ricerca e soccorso italiana - ci sono anche gli eroi del ponte Morandi, quegli uomini e donne che per settimane lavorarono senza sosta tra le macerie di Genova nell'estate del 2018.

"Per noi il ponte Morandi è stata una scuola - spiega all'ANSA Maurizio Tonda, del comando di Torino -, perché dall'epoca siamo migliorati molto sia a livello logistico che come attrezzatura. A differenza del Venezuela, l'intervento al ponte Morandi è stato concentrato. Essendo stato un evento singolo, più circoscritto, eravamo sicuramente di più e meglio organizzati sul posto".