Luca Loglio (Bergamo, 1993). Inseguo la musica per passione,
la filosofia per accumulare domande, l’arte per esercitare pose e la cultura
per moltiplicare ap…
L’intervista a Roberta Frigeni, direttore del Museo delle storie di Bergamo, è parte del progetto editoriale che intende fotografare lo stato dell’arte della cultura bergamasca. La conversazione si svolge in una sala operativa del museo, spazio di lavoro più che di rappresentazione, dove prendono forma strategie, progetti e visioni. È un ambiente che restituisce con chiarezza l’idea di museo come processo, come costruzione condivisa e dinamica. Un museo, quello diretto da Frigeni, inteso non solo come luogo di conservazione, ma come parte di un ecosistema in cui patrimonio e comunità coincidono. LL: Il Museo delle storie di Bergamo si definisce come un sistema diffuso che attraversa luoghi, archivi e narrazioni della città. In un tempo in cui l’accesso alla cultura resta diseguale, come questa articolazione si traduce in una possibilità praticata e condivisa di accesso alla Storia per la cittadinanza? RF: Il passaggio da “sistema diffuso” a ecosistema segna una trasformazione sostanziale: museo e comunità non sono più realtà separate, ma parti di un unico organismo: il museo serve la città perché ne custodisce un patrimonio che le appartiene e deve esserle restituito. In questa dinamica, l’accessibilità non è un esito ma un principio fondativo, il primo servizio, la stella polare che orienta ogni scelta. Già dal 2017, attraverso un partenariato pubblico-privato particolarmente lungimirante con Fondazione Sestini, il museo ha intercettato con anticipo ciò che la museologia avrebbe poi riconosciuto come centrale, attivando piani triennali continui di digitalizzazione e catalogazione che, senza la pressione emergenziale del PNRR, hanno prodotto una crescita strutturata e coerente: 220.000 immagini digitalizzate e 126.000 catalogate, accessibili gratuitamente secondo standard internazionali. Ma questa accessibilità si regge su una vera e propria catena del valore, che parte dalla conservazione, con depositi climatizzati e infrastrutture avanzate, e si traduce in forme di restituzione come il visible storage, che rende visibile il lavoro archivistico oltreché il patrimonio. Il portale dell’archivio, nato in anticipo sui tempi, rappresenta oggi una soglia di accesso orizzontale e gratuita, ampliata tra 2024 e 2025 grazie all’accordo con la Camera di Commercio in un sistema integrato che comprende fotografie, archivi documentali, oggetti e cartografia. L’accessibilità si configura così come diritto reciproco e pratica concreta di restituzione del patrimonio, con una traiettoria che mira ora a colmare lo scarto tra virtuale e fisico, attraverso l’apertura dei depositi rifunzionalizzati. LL: Con 202.173 accessi nel 2025 il Museo delle storie è il più visitato della città. Ma i numeri restituiscono chi entra, non chi resta fuori: quali pubblici non intercettate ancora? E in che misura queste assenze vi interrogano o incidono sulle Storie che il museo sceglie di raccontare? RF: Il dato degli accessi impone di connettere qualità e quantità, facendo della lettura statistica uno strumento strutturale. Da questi dati emerge una composizione chiara: forte presenza delle fasce adulte (27-64 anni), buona risposta degli under 18 grazie a politiche di gratuità e al lavoro con le scuole, ma una difficoltà persistente nell’intercettare i giovani tra i 17 e i 27 anni, vera zona d’ombra. Parallelamente, i dati registrano un progressivo invecchiamento del pubblico, che interroga il museo non solo sul piano dell’offerta, ma su quello più profondo delle forme di relazione. Accanto a queste soglie anagrafiche, il tema più rilevante riguarda le categorie fragili, non tanto “escluse” quanto ancora non pienamente coinvolte: qui il museo riconosce un campo di lavoro aperto, che richiede competenze, lessico e metodologie specifiche. Negli ultimi anni i servizi educativi si sono strutturati in questa direzione, affiancando alla programmazione ordinaria percorsi formativi mirati. In questa traiettoria si inserisce un progetto sperimentale del campus estivo di quest’anno, che intreccia storia e teatro, realizzato in rete con soggetti territoriali, pensato come esperienza intensiva e relazionale per bambini tra i 6 e gli 11 anni. La scelta di lavorare su piccoli gruppi, garantendo gratuità a una quota significativa di partecipanti provenienti da contesti socioeconomici fragili, indica uno spostamento dall’ampliamento quantitativo all’intensità qualitativa dell’esperienza. In linea con la definizione «ICOM 2022» e con la «Convenzione di Faro», il museo assume così la partecipazione come categoria chiave: non solo accesso, ma costruzione condivisa di relazioni che rendono il patrimonio effettivamente culturale.







