Da qualche tempo a Lisbona alcune associazioni di residenti organizzano giri per il centro chiamati gentrificatour. Indicano da fuori appartamenti di lusso costruiti all’interno di vecchi conventi, case disabitate con finestre murate per evitare le occupazioni, un’area abbandonata da decenni dove doveva sorgere un museo, e una scuola parzialmente crollata a causa di lavori per costruire la piscina di un hotel.

La scarsità di case a prezzi abbordabili è una questione dibattuta da tempo, a Lisbona come in molte altre città europee; ma qui una delle ultime conseguenze concrete di questa vicenda ha sorpreso anche gli attivisti. Nella periferia della città, a una decina di chilometri dalle zone più frequentate dai turisti, si stanno materializzando grandi insediamenti informali. In Portogallo li chiamano bairros de barracas (quartieri di baracche): altrove sarebbero definiti slum o favelas.

Il Portogallo in realtà ha una lunga storia di insediamenti informali, estesi e diffusi fino agli anni Ottanta e Novanta. Da tempo però il problema sembrava superato. Negli ultimi due anni invece questi insediamenti sono di nuovo aumentati. Ci vivono migranti arrivati da poco, figli e nipoti degli immigrati dalle ex colonie, lavoratori precari, ma anche persone che banalmente non possono più permettersi una casa vera. Alcuni comuni rispondono con le ruspe e le demolizioni, senza proporre soluzioni alternative.