Le fiamme sono alte, stanno mangiandosi la libertà di informazione in Italia, e chi potrebbe spegnerle non lo fa, per scelta. L’Italia è nel purgatorio dei Paesi «a rischio medio-alto» per il pluralismo, con aree da bollino rosso come il servizio pubblico, la cui indipendenza è «a rischio alto». A registrare la temperatura del 2025 è il Media Pluralism Monitor 2026, che Domani ha visionato in anteprima e che sarà diffuso questo lunedì.

«Il nostro report è prodotto da un network di ricercatori qualificati che lavorano per tutto l’anno alla raccolta dati ed è seguito da esperti dei media rinomati a livello accademico. L’esito di questo laborioso lavoro – dice a Domani la professoressa Elda Brogi del Centre for Media Pluralism and Media Freedom – mostra che l’Italia è rimasta all’incirca al livello dell’anno prima. L’aggravante è che non è stato fatto niente nel frattempo». L’Ue si è dotata di tutele per la libertà di informazione che però la maggioranza Meloni deliberatamente non applica.

Il Monitor stilato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom, che è incardinato nell’Istituto universitario europeo, ha una caratteristica che lo rende cruciale: fa da punto di riferimento per la Commissione Ue, che attinge alla raccolta ragionata di dati per il suo report annuale sullo stato di diritto. Il Rule of Law Report, atteso per la prima metà di luglio, può portare effetti concreti: l’elargizione dei fondi europei può essere almeno in parte bloccata per violazioni dello stato di diritto (la leva del Rule of Law Conditionality Mechanism portò al congelamento di fondi all’Ungheria di Orbán).