Poco dopo la mezzanotte del 19 giugno una colonna di carri armati Merkava punta dritto sulla collina Ali al-Taher, una delle roccaforti di Hezbollah, un’altura che domina la piana verso Nabatieh, la vera capitale del Partito di Dio. Una dozzina di tank, accompagnati da blindati Namer, cercano il colpo a sorpresa. La collina è un termitaio di tunnel e bunker e dentro ci sono centinaia di combattenti libanesi. La colonna è guidata dal tenente Colonnello Gedalia Ben Simhon, comandante del 52esimo battaglione della pluridecorata 401esima brigata, i “carri di ferro”, moderna versione di quelli di Gideone. Ma appena fuori il villaggio di Kfar Tenit, a circa tre chilometri dalle pendici, cominciano a piovere missili anticarro a guida laser e droni a fibre ottiche.

La colonna è colpita, tre carri danneggiati, uno distrutto e incendiato, quello del colonnello Ben Simhon. Ciò che segue nei giorni seguenti è l’esemplificazione pratica di quanto sia difficile disarmare Hezbollah. I mezzi distrutti rimangono nella terra di nessuno tra Kfar Tenit e la collina Al-Taher. I corpi del colonnello e degli altri tre soldati uccisi sono intrappolati tra le lamiere abbrustolite. Per Israele è fondamentale recuperare i caduti, è uno dei suoi principi base. Si rivolge ai mediatori francesi e americani e tratta direttamente con Hezbollah. I miliziani chiedono il rilascio di sette prigionieri libanesi e siriani, loro affigliati. Le trattative vanno in parallelo con quelle tra i governi di Gerusalemme e Beirut. Finché si arriva all’intesa di venerdì sera. Un accordo in 14 punti. Manca una postilla, per scelta deliberata. La scarcerazione dei sette prigionieri che voleva Hezbollah. Il colonnello Ben Simhon e i suoi uomini hanno avuto una degna sepoltura. Mentre la collina Ali al-Taher resta ancora nelle mani dei guerriglieri sciiti.