Alla prima udienza del processo contro Gianluca Soncin, che rischia l’ergastolo per le 76 coltellate inferte a Pamela, Una Smirnova non ha retto. Non ha più contenuto la rabbia, la disperazione contro questi maschi che hanno gettato la figlia nell’abisso. «Bastardo, bastardo!» gli ha urlato quando l’ha visto avanzare con quello sguardo carico di sfida, gelido, indifferente. Poi le sono tremate le gambe, le è mancato l’equilibrio, si è accasciata. Troppo dolore e fragilità nel gestire un incontro così devastante. Avere l’assassino della sua amata a pochi metri, lì, circondato dai carabinieri, dopo aver fatto passare mesi d’inferno alla figlia e averla ammazzata. E come non tornare allo scorso 14 ottobre quando Soncin con la copia delle chiavi di casa della ragazza in tasca, si era introdotto nell’appartamento al terzo piano del palazzo di via Iglesias a Milano, in zona Gorla, per scannarla senza alcuna remora. Non l’ha trattenuto la pietà di fronte alla donna piangente. Non l’ha trattenuto il timore di finire arrestato e di passare il resto della vita dietro le sbarre. Né gli ha posto qualche esitazione uccidere di fronte a tutti, in pieno giorno, con le urla di Pamela che rimbalzavano tra i muri della scala del palazzo, uscivano e s’alzavano dal terrazzino, venivano ascoltate dai vicini lì gelati, involontari testimoni oculari dell’aggressione, attoniti, impietriti. Non c’è una misura di pace, non c’è il tempo del ristoro per questa mamma che ha cercato di ricostruirsi una vita dopo che il marito Sergio è finito allettato, invalido e bisognoso di cure, ma adesso questa nuova doppia tragedia la piega sempre di più. E diventa insuperabile solo pensare che Pamela per salvarsi, pochi attimi prima di morire, abbia disperatamente scritto proprio all’amico Francesco Dolci, oggi accusato di aver portato via la testa al cadavere della ragazza. Lo aveva tempestato di messaggi su whatsapp, uno più drammatico dell’altro, chiedendogli aiuto, chiedendogli di chiamare la polizia perché stavolta con l’ex compagno sarebbe finita per davvero. Come può quindi questa madre pensare che la 29enne di Strozza, la sua Pamela, abbia rivolto terrorizzata questo appello proprio a chi di lì a qualche mese finirà indagato per vilipendio di cadavere e profanazione di sepolcro? Diventa impossibile far incastrare ogni tessera di questo mosaico con al centro un uomo contraddittorio, stravagante, eclettico. Dolci prima era per Pamela il salvavita, lui si descrive come il salvatore della ragazza, quello che la proteggeva. Ma la mamma dice il contrario, lo accusa di aver isolato Pamela dalle amicizie sane, di non essere andato dai carabinieri prima che la tragedia facesse calare il sipario sulla vita di questa ragazza. Già, Dolci, un uomo che non nasconde il più profondo livore contro la mamma di Pamela e i suoi parenti. Parla di incomprensioni e scontri, sentendosi un perseguitato, una vittima. In definitiva, rimane un’unica certezza: questa storia vera non sarà mai superata da nessuna narrazione di fantasia. Mai per l’orrore di quanto accaduto, il dolore di una mamma che vuole ricomporre il corpo della figlia, la violenza e la vendicatività che la profanazione esprime. Gli inquirenti sono infatti convinti che l’emotività di Dolci sia andata in cortocircuito da quando la madre ha voluto indietro il cagnolino della figlia, che era stato inizialmente affidato al giovane imprenditore bergamasco. Per l’accusa, la richiesta è stata vissuta come affronto, come sfregio e ha determinato la rappresaglia, la mutilazione. Un gesto estremo, compiuto per vendetta certo, ma anche per compensare la mancanza dell’immaginifica amata e nutrire la propria ossessione. Dolci respinge queste accuse, adombra interessi criminali di imprecisate persone che avrebbero l’obiettivo di spaventarlo e indurlo a tacere, a non aprire il vaso dei segreti di Pamela, che coinvolgerebbero affari e quattrini (sporchi) di queste persone. Peccato che le argomentazioni proposte a sostegno per i carabinieri siano friabili, inconsistenti, prive di riscontri. E così si torna all’ipotesi primaria, a Dolci che di giorno o di notte si infila nel cimitero, viola il loculo di Pamela, apre la bara e compie quell’atrocità per poi chiudere tutto, cercando di farla franca. Purtroppo, le due telecamere che sorvegliano il cimitero, l’accesso e il perimetro, danno solo immagini parziali di quanto avvenuto nel camposanto divenuto qui scena del crimine. Dal giorno del funerale alla scoperta della profanazione sono passati troppi mesi perché si possano recuperare i vecchi filmati, ormai sovrascritti più volte. Ma se si analizza il periodo dal 14 al 24 marzo, ovvero l’ultima decade prima della scoperta da parte degli operai delle pompe funebri di quanto compiuto, emerge che Dolci spesso, spessissimo, andava a far visita a Pamela, a qualsiasi ora del giorno e anche della notte. Si inizia il 16 marzo con una visita di 14 minuti dalle ore 17.30: l’uomo era andato lì per compiere un’ispezione o per salutare la sua amica? Di certo, ci torna due giorni dopo a notte fonda. Sono le 2.11 quando l’occhio della telecamera lo indica all’ingresso del cimitero. Dolci non entra, si sofferma davanti al cancello per 16 minuti come se fosse in un momento di raccoglimento o di incertezza sul cosa fare. Visite lampo di 9 e 10 minuti quelle dei giorni successivi, il 20 e il 21 marzo quando alle 18.26 e l’indomani verso mezzogiorno, passa in apparenza solo per un rapido saluto. È l’atteggiamento di una persona che voleva bene a Pamela ed è inconsolabile, spiega la difesa di Dolci, mentre gli inquirenti traducono questo continuo pellegrinaggio come un’azione dettata dall’ossessione. Pamela era proprio un chiodo fisso. E così anche il 22 marzo, di primo pomeriggio, quando Dolci rimane per 19 minuti e l’indomani, il successivo 23, quando invece si intrattiene appena tre minuti. Diversi psicologi, come Gabriella Marano, Roberta Bruzzone e altri, credono che l’unica strada per arrivare alla ricomposizione del cadavere sia quella che non porta a considerare e indicare in Dolci il nemico numero uno ma l’unica persona alla quale affidarsi per raggiungere l’obiettivo. Se si analizzano e seguono i suoi ragionamenti, infatti, lui è l’unico che può interpretare le mosse dei responsabili e magari intuire e capire dove è stata nascosta la testa. Un atteggiamento considerato positivo anche qualora lui fosse davvero l’artefice di questo macabro epilogo con la responsabilizzazione del soggetto che avrebbe così modo di riscattarsi diventando la persona che finalmente ha risolto il giallo. Ma la mamma di Pamela non vuole sentire ragione, ha troppo risentimento contro l’ex amico della figlia, lo considera colpevole di ogni male: «Francesco adesso basta, basta di parlare di Pamela, risolviamo la situazione», gli ha ripetuto quando ha avuto modo di confrontarsi con lui durante una puntata di Quartogrado. Ma l’appello sembra essere caduto nel vuoto e l’enigma continua.
La mamma di Pamela Genini: “Francesco, ora basta parlare di mia figlia. Risolvi la situazione”
Parla la madre della ragazza uccisa da Soncin e profanata da ignoti






