Il 31 maggio 2024 l’allora generale in servizio Roberto Vannacci mi inviò un messaggio su WhatsApp con allegato un video: «È originale e, per giunta, realizzato a Livorno!» Con dietro un tricolore sventolante, uno sfondo appiccicato alla bella e meglio, il militare diceva: «Sull’apposita scheda fate una Decima sul simbolo della Lega e scrivete Vannacci», mimando poi il simbolo della X. Risposi dopo cinque minuti, ironicamente: «Sono soddisfazioni! Saluti da Marzabotto», dove effettivamente mi trovavo, uno dei luoghi simbolo degli eccidi di civili innocenti compiuti da nazisti e fascisti. Controrisposta: «Da Cadice, Malta e Alessandria un cameratesco saluto», con riferimento a famose azioni dei sommergibilisti della Marina.[…] Restava un conto in sospeso col sottoscritto, colpevole di aver scritto una recensione (a “Il mondo al contrario” ndr) che evidentemente aveva turbato il generale abituato per decenni ai signorsì. Nei mesi (e negli anni) seguenti, mi sono ritrovato a essere dileggiato numerose volte pubblicamente e privatamente da Vannacci, che nel frattempo aveva prontamente capitalizzato sul piano politico il successo editoriale facendosi candidare dalla Lega alle Europee e ottenendo oltre mezzo milione di preferenze. Anche il suo messaggio con allegato il video che richiamava la Decima, rilanciato a inizio della sua campagna elettorale per le Europee, rientrava un po’ nella categoria della provocazione, in questo caso fatta a un giornalista, livornese, antifascista e pacifista. […] È del resto questa la tecnica utilizzata negli ultimi decenni da forze e realtà di estrema destra, italiane e internazionali: solleticare ricordi e antiche parole d’ordine, restando formalmente nell’alveo del discorso accettabile dalla legge, ma di volta in volta rosicchiando terreno per spostare un metro più in là il confine del dicibile. Fino a che tutto si potrà dire. Compreso affermare nel disinteresse generale, perché ormai non c’è più alcuno spazio per l’indignazione se non ci sono più anticorpi, che «in guerra i fatti contano di più del diritto e della morale». Una dichiarazione di principio, se di principio si può parlare, che da parte di Vannacci suona quasi come una confessione, o un’altra autoassoluzione storica di chi si muove come l’erede politico e spirituale della Decima Mas. Curiosamente, infine, quando Vannacci lascia la Lega di cui era vicesegretario per mettersi in proprio, dice e fa dire ai suoi che il modello a cui si ispira, e che vorrebbe incarnare, è quello di Charles de Gaulle, generale francese e uomo di destra diventato presidente della Repubblica. A incarnare il nuovo De Gaulle «dovrebbe essere una persona pulita e non compromessa con la politica. Il professionismo politico ha macchiato tutti coloro che si sono occupati di politica negli ultimi venticinque anni. E anche coloro che se ne sono occupati pulitamente, in buona fede, sono rimasti macchiati da questa specie di intrallazzo generale che è la politica…» Frasi, concetti, retoriche che ritornano, pezzi di un mosaico che messi insieme rendono il quadro di una filiazione ideologica diretta. Uomini forti pronti a comandare e a dividere il mondo in due categorie: noi e il nemico, cioè chiunque non stia con noi. Con quale risultato, la storia ce lo dovrebbe aver già mostrato.
Così il generale sposta il confine del dicibile
La retorica usata da Vannacci non ha nulla di inedito. E ne conosciamo bene gli effetti nefasti. Matteo Pucciarelli li racconta in “Decima mas”, di cui pubblich








