«L’equilibrio psicologico di un atleta è ormai fondamentale tanto quanto la preparazione fisica e l’alimentazione. Non esiste una competizione mente-corpo. Per esprimersi nella potenzialità massima devono funzionare bene entrambi». Matteo Giunta, Palma d’oro Coni, allenatore e marito di Federica Pellegrini, da ieri è anche testimonial del nuovo master dell’Università di Torino dedicato alla salute psico-fisica. Un percorso rivolto ai giovani professionisti socio-sanitari che ha l’obiettivo di formarli nella cura del paziente a 360 gradi, cioè attraverso un dialogo tra medicina, psicologia, nutrizione, neuroscienze, attività fisica e innovazione tecnologica». Perché ha scelto di fare da testimonial di questo master?«Per due motivi. Da un lato siamo arrivati a un punto in cui la salute mentale ha un ruolo primario nella preparazione atletica. Finora si è lavorato per compartimenti stagni: allenamento, nutrizione, psicoterapia, fisioterapia... Ma invece serve una sinergia. La somma di tutto questo è ciò che ci fa stare bene. Insieme alla prevenzione». Prevenzione medica?«Non solo. Un atleta non viene seguito solo quando ha un problema, ma è un lavoro quotidiano fatto soprattutto di anticipazione di problemi. Per farlo serve il movimento, l’alimentazione corretta, il recupero e soprattutto l’equilibrio psicologico». È una formula che riguarda tutti, non solo gli atleti?«Esatto. Si dice che siamo quello che mangiamo. Io aggiungerei che siamo anche come ci muoviamo. Lo sport è essenziale per la salute di tutti, così come il benessere psicologico». Consiglia ai suoi atleti di essere seguiti in psicoterapia?«Quando ci sono le risorse economiche, sì. Qualche anno fa c’era la percezione che andare dallo psicologo significasse avere un problema. In realtà lo anticipi». In che senso?«Serve per avere strumenti per affrontare situazioni che potrebbero provocare una lunga instabilità, insicurezza, ansia. Quando il problema si presenta è troppo tardi, il processo di recupero è molto lungo». Qual è l’ostacolo mentale più difficile per un atleta?«La pressione delle aspettative. E l’autocritica. Gli atleti non hanno paura di perdere, temono di non essere all’altezza. Per questo oggi è fondamentale allenare anche le competenze emotive: imparare a gestire gli errori, le sconfitte, i momenti difficili». Nel percorso di Pellegrini qual è stato il momento più difficile?«Quando ha avuto una specie di attacco di panico durante una gara. Aveva scoperto di essere asmatica, ha avuto una sensazione di soffocamento mentre spingeva al massimo durante una gara, e quella è stata la reazione». Com’è stata gestita?«Io non la allenavo ancora, ma avevo seguito la vicenda da spettatore. Ma c’è stato poi un lungo lavoro psicologico dietro, che è stato un importante punto di svolta nella sua carriera. Se non avesse reagito immediatamente cercando soluzioni, quella poteva diventare una situazione difficile da superare. Io ne ho tenuto molto conto quando poi l’ho allenata». I social sono un pericolo o uno stimolo?«Purtroppo il valore personale oggi dipende dall’approvazione e si rischia di perdere il vero motivo per cui si fa sport: stare bene, crescere e divertirsi». Consiglia di non usarli?«L’importante è essere consapevoli del fatto che la maggior parte dei contenuti sul fitness non sono la realtà, oppure sono il risultato di un processo molto lungo. Nel mio piccolo dico sempre agli atleti giovani che devono confrontarsi con il loro avversario più forte, cioè la persona che erano ieri. Ci si può ispirare dagli altri, ma il confronto è con se stessi». Qual è il secondo motivo per cui ha deciso di fare da testimonial di questo master?«Perché mi sono laureato in Scienze motorie proprio a UniTo. Sono stati anni belli, ricordo che era appena uscito il film Santa Maradona e conobbi i Subsonica grazie alla colonna sonora. Finché sono stato a Torino non li conoscevo. Ma caso vuole che abbiano realizzato la colonna sonora del docufilm su Federica. Cose belle che capitano per caso».