Cresciamo poco. La stima preliminare dell’Istat relativa al 2025 è di un aumento del prodotto interno lordo dello 0,5 %. Con un Mezzogiorno che sale di poco di più, dello 0,6%. E con un’ombra di una prima parte del 2026 che subirà tutti gli effetti della guerra che ha portato Stati Uniti e Israele a bombardare l’Iran. Una crescita fragile. Che in questi anni ha potuto contare peraltro sulla spinta e sui fondi di Pnrr e Superbonus per centinaia di miliardi. Ma se il risultato è quel magro +0,5%, la maggioranza di governo dovrebbe concentrare i suoi sforzi in questo ultimo scorcio di legislatura sulle misure da adottare per lo sviluppo. Altrettanto dovrebbe fare l’opposizione mettendo al centro del dibattito la crescita. Lasciando sullo sfondo entrambi, maggioranza e opposizione, le sin troppo facili battaglie identitarie.
Non può essere un alibi il fatto che in Europa siamo in buona compagnia, dalla Francia alla Germania se non della Spagna che invece continua la sua corsa. E non si pensi che questi lunghi mesi di incertezza con due focolai di guerra vicini a noi, uno in Europa (quello della Russia contro l’Ucraina) e in Medio Oriente, non pesino sulle scelte di risparmiatori e imprese relative a consumi e investimenti. È un’ottima notizia se nell’anno mobile siamo riusciti sull’export a superare un Paese come il Giappone. Un risultato da consolidare.Ma che si deve in larga misura alle imprese, alla loro capacità di reazione, di diversificare i mercati di approdo dopo le crisi determinate dalle nuove scelte dell’amministrazione Trump basate su dazi e politica della forza, più che sul dialogo.








