Sui social e nei media si parla sempre più spesso del boom turistico verso la Repubblica popolare cinese, anche dall’Europa, e del cosiddetto chinamaxxing, rilanciato da fotografie sui social di grattacieli fotogenici, metropolitane futuristiche, cibo di strada e robot. E’ un fenomeno reale, e per certi versi comprensibile, perché molte metropoli cinesi oggi sono d’enorme impatto visivo e di grande interesse culturale e sociale. C’è un limite a questa narrazione sulla nuova fascinazione occidentale per la Cina, ed è che una parte considerevole di quel flusso di immagini e racconti non è per niente spontanea.A partire dal 2023, Pechino ha lanciato una delle più aggressive campagne di apertura turistica della sua storia. In poco più di un anno, la Cina ha esteso l'accesso senza visto a decine di paesi, compresa l’Italia. Oggi i cittadini di 46 paesi possono entrare in Cina con soggiorni fino a 30 giorni senza lungaggini burocratiche. E la politica del transito senza visto fino a 144 ore coinvolge oltre 50 nazionalità in più di 60 aeroporti. Parallelamente ai visti c’è la politica dei voli. Le tre grandi compagnie aeree di bandiera cinesi – le “big three”: Air China, China Eastern e China Southern – tutte a controllo statale, a partire dal 2024 hanno aperto decine di nuove rotte internazionali con un'espansione coordinata e sostenuta da politiche governative – e prezzi bassissimi. Il modello di sussidio alle rotte aeree internazionali, attivo in forme diverse sin dal 2004 ma rilanciato post Covid, ha accompagnato questa espansione artificiale del turismo verso la Cina. Decine di voli che altrimenti non sarebbero commercialmente sostenibili hanno potuto decollare grazie al sostegno pubblico della leadership di Pechino, ecco perché c’è una differenza di prezzo notevole per lo stesso volo con Lufthansa o con Air China, ed ecco perché per esempio dall’Italia, se si vuole volare in Cina, si può soltanto con compagnie cinesi, che hanno dei collegamenti diretti con la maggior parte delle città, compresa una rotta Venezia-Chengdu, un’altra delle metropoli che la leadership vuole lanciare come meta turistica internazionale.A questa sofisticata strategia si aggiunge la componente forse più visibile della promozione del turismo: gli influencer. Nel giugno 2025, la All-China Youth Federation, cioè una delle principali organizzazioni del Partito comunista cinese, ha lanciato un programma ufficiale che finanzia soggiorni di dieci giorni in Cina per creator stranieri con almeno 300.000 follower su Instagram, TikTok, YouTube o X. I dettagli del programma sono stati diffusi dai media statali, infatti non è una collaborazione discreta ma una campagna dichiarata, progettata per produrre contenuti che mostrino “la Cina reale” attraverso personalità riconoscibili dal pubblico occidentale.Già nel febbraio dello scorso anno un gruppo di influencer indonesiani era stato portato in tour a Chongqing, la città che oggi è diventata un'icona del turismo cyberpunk, con un itinerario curato nei minimi dettagli e copertura immediata da parte dell'agenzia di stampa statale Xinhua. Il China Media Project, osservatorio indipendente sui media cinesi, ha documentato come queste operazioni siano “non un trend spontaneo, ma una strategia pianificata all'interno di un framework diplomatico”. Si parla da tempo di casi analoghi registrati con influencer taiwanesi, incluso almeno uno che in passato aveva espresso sostegno alle proteste di Hong Kong del 2019 e aveva poi rimosso il contenuto prima di accettare un viaggio sponsorizzato a Xinjiang.Già nel 2018, alla conferenza quinquennale del Partito sulla propaganda, il leader cinese Xi Jinping aveva ordinato di “migliorare la capacità di comunicare a livello internazionale per fare sentire la voce della Cina”. Nello stesso anno è nato il primo "centro di comunicazione internazionale", cioè uffici dipendenti dal dipartimento della propaganda, a livello provinciale e cittadino, dedicati a produrre contenuti per il pubblico straniero. La prima città ad averne uno è stata proprio Chongqing, e secondo un’inchiesta del Monde di maggio oggi ce ne sono più di 150.Ogni paese fa promozione turistica. L'Italia, come la Francia, come il Giappone, investe in campagne pubblicitarie per promuovere il territorio, e non c'è nulla di necessariamente illecito nel fatto che un paese voglia essere raccontato bene. La differenza con la Cina non è la scala degli investimenti, né il ricorso agli influencer, ma la funzione che quel soft power assolve in un sistema politico dove il Partito comunista controlla tutti i principali media, dove non esiste opposizione, e dove la gestione dell'immagine esterna del paese è esplicitamente considerata una questione di sicurezza nazionale.In questo contesto, il turismo di stato non fa solo promozione ma cerca di gestire e manovrare la percezione esterna della Cina, e fare in modo che ogni potenziale critica venga annacquata dalle immagini dei grattacieli di Chongqing.
L’armata di turisti di Xi Jinping che promuove il boom dei viaggi in Cina
Il futuro che si vede in Cina è esattamente quello che Pechino ha deciso di mostrarti, con visti facili, voli sussidiati e 150 uffici provinciali del Partito dedicati ai social media stranieri. La macchina che ha costruito il boom turistico cinese serve ad annacquare le critiche e a far tutti “parlare bene della Cina”






