Nel fitto della Riserva di Calakmul riemerge Minanbé: templi, altari e iscrizioni rimasti al riparo per oltre mille anni interi
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Prima ancora dei templi, qui parla l’assenza di una strada. Per arrivare a Minanbé, nel sud-est del Messico, gli archeologi hanno dovuto aprirsi un varco nella vegetazione con i machete per quasi cinque chilometri, poi proseguire con i quad e infine a piedi, dentro una zona della Riserva della Biosfera di Calakmul dove la foresta ha lavorato per secoli come una porta chiusa. Nessuna vecchia pista forestale comoda, nessun passaggio già tracciato, nessuna scorciatoia lasciata dallo sfruttamento del legname. Proprio quell’isolamento, così faticoso sul campo, si è rivelato il segnale migliore: la città Maya era rimasta pressoché intatta, priva di tracce evidenti di saccheggio.
Il sito si trova nello Stato di Campeche, al margine settentrionale della grande area protetta di Calakmul, una delle zone più importanti per capire la storia delle pianure centrali Maya. Gli studiosi lo hanno chiamato Minanbé, dal maya yucateco mina’an e be: “non c’è strada”. Un nome asciutto, quasi pratico, nato dal modo in cui la città si è fatta trovare. Per oltre mille anni è rimasta sotto la chioma della giungla, con piazze, edifici cerimoniali, palazzi, terrazze e sistemi idraulici ancora leggibili sotto il verde.










