L’anniversario non verrà di certo ignorato. Anche domani, per la quarantaseiesima volta, nel Consiglio comunale di Bologna ci si stringerà intorno a Daria Bonfietti e all’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, per ripetere insieme a loro – come ogni 27 giugno – che la memoria di un Paese non si cancella e per condividere lo sgomento per la richiesta arrivata dalla procura di Roma: archiviare l’inchiesta aperta nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’allora presidente emerito Cossiga, che per l’abbattimento del Dc9 Itavia aveva chiamato in causa la Francia. Domani si diranno le parole giuste.

Il problema è negli altri giorni dell’anno. E una parte del problema è nella distratta stanchezza con la quale l’informazione, salvo lodevoli eccezioni, sta accompagnando la vicenda giudiziaria verso l’esito più sconfortante: nonostante le sollecitazioni di alcuni parlamentari e rappresentanti istituzionali; nonostante la tenacia con la quale Ordine dei giornalisti e Fnsi, Articolo21 e Libera – anche in memoria di Andrea Purgatori – ripetono «noi non archiviamo». Le udienze ottengono pochi lanci di agenzia e ancor meno articoli o servizi.

C’entrerà anche il tempo che è trascorso? Mica vero. Perché i vecchi casi irrisolti, i cold cases secondo la terminologia del genere crime, possono godere oggi di una straordinaria fortuna. L’esempio ce lo abbiamo sotto gli occhi da mattina a sera: Garlasco, oggetto da molti mesi di una diretta continua con il suo corredo di conduttori, legali, criminologi, psicologi. Quando vogliamo, 19 anni di distanza dai fatti non contano e Chiara, Alberto, Andrea li facciamo diventare quasi persone di famiglia; come era stato anni fa per Sara e zio Michele ad Avetrana; e prima ancora a Cogne, e poi Gravina di Puglia, e poi…