Nel 1906 a ventitré anni Amedeo Bocchi (1883-1976) sposa Rita Boraschi, una coetanea che frequenta, come Amedeo, l’Accademia di Belle Arti. A Roma Bocchi era giunto da Parma quattro anni prima. Della moglie Bocchi esegue due ritratti.

Nel primo, datato 1906, Rita è in piedi. Diresti che sta per uscire. Sta aggiustando con la mano sinistra guantata di bianco il guanto appena infilato nella destra. E bianco è l’abito che veste, ampio, ricco. Di raso, forse, che si illumina nel gioco delle pieghe. Rita si volta verso Amedeo. Lo sguardo è di chi dica «non posso trattenermi. Non è questo il momento. Non vedi che sto andando?». Gli occhi sono neri, indovini nei capelli un riflesso rosso, pur se spento dall’ombra del copricapo, una sorta di ridondante colbacco nero. Bello e regolare il volto della giovane donna, modellate le guance e il mento da un sapiente variare di chiaroscuro. Le labbra, un tocco di carminio.

Nel secondo, datato 1907, Rita è seduta su una poltrona dai braccioli a ricciolo. Il fondo è scuro. La luce illumina la corona vaporosa dei capelli rosso tizianesco. Appoggia, pensosa, la guancia ad una mano. Guarda Amedeo che la dipinge. Rita è incinta. La loro figlia, Bianca, nasce nel 1908. Pochi mesi dopo, nel 1909, Rita muore.