Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiLa libertà di parola è sacra e inviolabile? Certamente. Significa però che è anche senza limiti? Per rispondere, prendiamo la celeberrima frase «Non condivido quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Erroneamente attribuita a Voltaire, è invece di Evelyn Beatrice Hall, autrice nel 1907, con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, di una biografia dell’illuminista francese. Il quale, nel Trattato sulla tolleranza (1763), scriveva: «Di tutte le superstizioni, la più pericolosa è quella di odiare il prossimo per le sue opinioni. [Allora] sarà permesso a ciascun cittadino di non credere che alla sua ragione e di pensare ciò che questa ragione […] gli detterà? E’ necessario, purché non turbi l’ordine [corsivo mio]».

In effetti, già dalla D ichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) la libertà di espressione è circoscritta da limiti. Perché, come nessun pasto è gratis, allo stesso modo nessun discorso pubblico è sciolto dal vincolo della responsabilità.

Un vincolo da cui però sono esentate talune piattaforme social, laddove è lecito nascondersi dietro a un nickname protetto dal diritto alla privacy. Un diritto all’anonimato che incentiva le più vili campagne di odio, individuali e collettive. La tesi free speech affonda le sue radici nel pensiero liberale di John Stuart Mill (On Liberty, 1859). Eppure, come Voltaire, anche Mill individua un limite alla libertà d’espressione: il rispetto del “principio del danno” (harm principle). Vale a dire che essa va tutelata in quanto, e fino a quando, contribuisce alla ricerca della verità nel mercato delle idee, a meno che non venga deliberatamente alterata con la menzogna.