<p>Mai come in questi ultimi anni abbiamo assistito ai sintomi di una<strong> crisi degli imperi </strong>che hanno finora dominato e determinato gli equilibri mondiali del dopoguerra, condizionando la geopolitica e le principali rotte economiche. </p> <p>Trump è come un imperatore tardo romano, cosciente della <strong>superiorità tecnologica e militare</strong> del suo impero ma anche della sua grande<strong> fragilità interna</strong>.

Il suo potere non è assoluto.

Vede sfilare di fronte a sé gli eventi senza riuscire a incidere in maniera determinante sugli esiti di crisi internazionali, di conflitti e competizioni sui mercati. </p> <p>Gli Usa dominano ancora le innovazioni tecnologiche e il settore dell’intelligenza artificiale, lo spazio, il grande mercato dei combustibili fossili (dal 2019 è stata raggiunta l’autosufficienza energetica) ma scontano un drammatico<strong> processo di decadenza </strong>della classe dirigente e di demotivazione di una società sempre più polarizzata.

Vediamo un <strong>presidente televisivo</strong>, circondato da collaboratori che gli fanno ala come la Corte di un sovrano medievale ma questa stessa corte non è classe dirigente, sono gli attori di un grande circuito mediatico che si alimenta giorno per giorno rincorrendo le notizie e rilanciando iniziative puntualmente <strong>smentite </strong>dallo stesso presidente che, il giorno successivo, ne annuncia di nuove.