Redazione

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“Chiara Poggi sapeva della passione di Alberto Stasi per la pornografia adulta, ma non significa che ne fosse contenta. Non è che quella sera la visione dell’ennesima immagine pornografica nel computer del fidanzato potrebbe aver acceso in lei la fiamma della gelosia che è progressivamente degenerata fino all’epilogo mattutino?”. La domanda che cerca di ricostruire le motivazioni di un possibile litigio tra la vittima e il suo assassino era stata posta da una giovane laureata che stava facendo uno stage con il giudice Vitelli (che assolse Stasi in primo grado) come racconta lui stesso nel suo libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco”. Uno scenario, definito in un primo momento dall’autore come “plausibile, e meno clamoroso rispetto all’eventuale scoperta di materiale pedopornografico, ma ugualmente verosimile in una dinamica di coppia” ma poi smentito attraverso la ricostruzione delle indagini.

L’assenza di movente che assolse Alberto Stasi

Si intuisce così che per arrivare alla prima assoluzione di Alberto Stasi fu determinante giungere alla conclusione che il ragazzo e Chiara Poggi non litigarono la sera prima dell’omicidio, né che un’ipotetica discussione fosse scaturita dall’abitudine del primo a visionare immagini pornografiche, visto che “Il movente da intendersi come fatto catalizzatore e rafforzativo della valenza degli indizi posti a fondamento di un giudizio di responsabilità – scrive Vitelli ricordando una sua lezione a giovani studenti – nel caso di Stasi non è mai stato provato”.