Leggendo l’intervento del presidente Onofrio Introna, pubblicato il 19 giugno scorso, sul presunto «buco» della sanità pugliese, si rischia di ricavare una conclusione tanto suggestiva quanto incompleta: che il disavanzo sanitario sia quasi esclusivamente il prodotto del sottofinanziamento statale e che le Regioni ne siano sostanzialmente vittime innocenti. La realtà è più complessa.
È certamente vero che il finanziamento del Servizio sanitario nazionale è cresciuto meno della domanda di salute. È altrettanto vero che l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità, il costo delle innovazioni tecnologiche e farmacologiche e gli effetti inflattivi hanno inciso profondamente sugli equilibri economici delle Regioni.
Ma fermarsi a questa constatazione significa raccontare soltanto una parte della storia.
La prima precisazione riguarda il concetto stesso di disavanzo. Un deficit sanitario non nasce soltanto quando lo Stato trasferisce meno risorse di quelle necessarie. Nasce anche quando la programmazione regionale non riesce a governare la spesa, quando la rete ospedaliera non viene adeguata ai fabbisogni, quando il personale è insufficiente o mal distribuito, quando l’assistenza territoriale resta incompleta e quando il sistema degli acquisti non produce efficienza. Quando anche i quattrini vengono spesi male. In altri termini, il disavanzo è quasi sempre il risultato di una responsabilità condivisa tra livello statale e livello regionale.







