MALO (VICENZA) - Era diventato sacerdote mosso dal bisogno di farsi carico della responsabilità e delle preoccupazioni dei ragazzi. E, attraverso, l'ascolto dell'altro aveva scelto la sua strada, tanto da essere diventato, nel corso del tempo, il don dei giovani. Così era chiamato, don Francesco Andreoli, il parroco morto travolto da un'auto nella galleria sulla Pedemontana, nella mattinata di giovedì 25 giugno.
Il sacerdote 36enne si trovava a bordo dell'auto insieme a un animatore di 16 anni morto anche lui nel tragico incidente: la dinamica sarebbe scaturita dal tamponamento del don a un camion. Dopo aver fermato l’auto ed essere scesi per controllare i danni, i due sono risaliti sulla loro auto ferma in un punto pericoloso e in quel momento sarebbero stati tamponati da una terza auto: sarebbero morti così nel violento impatto. I due stavano, inoltre, precedendo un pullman di ragazzi del Grest di Schio diretti a Gardaland per una giornata di svago. Chi era don Francesco Andreoli Una vita dedicata non solo alla fede, ma soprattutto al confronto con i giovani. Così è stata, infatti, accolta la vocazione salesiana da don Francesco Andreoli che, raccontando del suo cammino, ha dichiarato di essere diventato «sacerdote in maniera semplice, con il tempo, a partire dall'impegno di animatore in parrocchia», come ha raccontato lui stesso in occasione della 61esima Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, al CEI Ufficio Nazionale Pastorale Vocazioni. Le due esperienze che hanno segnato il 36enne In particolar modo, ad aver segnato il suo cammino e le sue scelte, sono state due esperienze. La prima, come racconta don Andreoli, è stata ricevere la responsabilità dei ragazzi, il sentire soprattutto che il gruppo si fidava pienamente di lui; la seconda, invece, è stata riconoscere che c'erano persone che si stavano interessavano i quello che stavo vivendo. «Penso a una suora con cui abbiamo iniziato a confrontarci, per capire quali potessero essere le scelte importanti. Con lei è nata una confidenza molto importante: lei si è preoccupata e si è presa cura di me. Da lì sono nate le prime domande, a cui tante volte non avevo risposte, ma da lì è nata la fede. Alla suora dicevo 'se mi devo pensare da grande voglio essere felice così'. E da lì, l'idea di diventare animatore per sempre si è trasformata in 'potrei diventare salesiano'. Poi il cammino si è approfondito, diventando 'posso dare la mia vita nelle mani di Dio per farmi carico della felicità dei ragazzi che mi manderà'». L'addio sui social Le persone che lo hanno conosciuto e che lo hanno incontrato sul loro cammino, ora piangono la sua scomparsa. E così, sulle pagine social sono immediatamente comparsi i primi messaggi di addio, come un lascito necessario prima dell'ultimo saluto che si terrà nei prossimi giorni. «Non basterà il Duomo di Schio per contenere tutti quelli che lo conoscevano» riportano gli utenti su Facebook. «Ma il compleanno, che si terrà il 15 luglio, ci sarà lo stesso», riportano le persone che lo hanno conosciuto. Stefani: «Lascia un vuoto che le parole faticano a colmare» Anche il Presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha commentato il tragico accaduto: «In queste ultime ore il Veneto è stato colpito da una notizia terribile - ha dichiarato -. La morte, in seguito ad un incidente stradale, di don Francesco Andreoli e del giovane animatore di 16 anni sulla Pedemontana Veneta lascia un vuoto che le parole faticano a colmare. Penso alle loro famiglie, ai ragazzi del Grest che oggi non riescono a capire, alla comunità salesiana di Schio che ha perso un punto di riferimento. Ci sono momenti in cui non esistono parole giuste: solo il silenzio, la vicinanza e il dolore condiviso. Il Veneto è vicino a voi».











