La vicenda Pierron-Doku, in cui la giornalista francese ha stigmatizzato con parole dure la scelta del calciatore belga di voler assistere alla nascita del figlio, non parla solo di calcio. Parla di come definiamo il valore delle persone. Parla di come “pensiamo” il corpo, la cura, la paternità. Parla delle nostre scelte tra vita e performance. La domanda non è: Mondiale o parto? La domanda è: che tipo di società vogliamo essere? Una che misura tutto in termini di successo, o una che dà valore alla presenza, alla cura e ai legami riconoscendoli come parte essenziale della dignità umana.

Ma la frase della giornalista France Pierron, che ha definito il parto “disgustoso” e il padre “inutile”, non ha solo scatenato una indignazione enorme, ma rivelato un conflitto nascosto sul significato stesso di genitorialità e sul diritto di un uomo di essere presente alla nascita di suo figlio, di esercitare il suo diritto di padre.

Per gran parte della storia, la paternità è stata relegata ai margini del momento della nascita. Il padre “fuori dalla sala”, il padre che aspetta, il padre che arriva dopo. Oggi invece, la presenza al parto è riconosciuta come un diritto relazionale: non serve a essere presente formalmente ma a essere parte, esserci davvero. Dire che il padre è inutile significa negare questo diritto. Significa ignorare che la cura non è un compito biologico, ma un gesto di responsabilità.