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Prima ancora delle parole, a Palazzo Corvaja parla il rosso, vera materia da attraversare: sangue, magma, ferita, lava, carne, buio acceso. All’inaugurazione della mostra di Anish Kapoor per Taobuk, le due opere inedite esposte hanno imposto al pubblico un tempo diverso, più lento della spiegazione e più esigente dello sguardo. Insomma, non chiedevano di essere capite subito. E il vernissage, alla presenza di Antonella Ferrara, presidente e direttrice artistica del festival, e di Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, non ha seguito il rituale consueto dell’omaggio all’artista. A introdurre Kapoor, infatti, è stata la performance poetica di Shamma Al Bastaki, artista di Dubai, che ha scelto una strada più profonda: «Io non saprò mai come tu vedi il rosso e tu non saprai mai come lo vedo io», ha detto. Davanti alla stessa opera, sembrava suggerire, nessuno scorge davvero la stessa cosa.L’artista britannico, scultore, e architetto, nato a Mumbai, accademico della Royal Academy of Arts, usa materiali come il granito, il calcare, il marmo, il legno e il gesso per creare oggetti dalle forme enigmatiche, geometriche o biomorfe, coperte da pigmenti coloratissimi, chiaro richiamo all'immaginario cromatico indiano. Come nelle due opere presenti a Taormina, sospese nel tempo come oggetti inquietanti e potenti, eruzioni che emergono da una materia densa e violente. Per Kapoor, il pigmento non serve a colorare, ma è parte stessa dell’opera. Le immagini non offrono risposte, ma pongono di fronte alla tragedia del nostro essere, invitandoci ad accettare la fragilità della condizione umana.







