Doveva essere facile, come bere un bicchiere d’acqua. Ma non lo è mai. È solo un modo di dire. Guardo mia madre anziana che ogni volta che prova a dissetarsi tossisce di continuo; quasi si strozza. Ad un certo punto della tua vita ti rendi conto che non c’è niente di naturale in quello che fai, niente di facile. Persino bere da un bicchiere. Per me è acqua passata, da oggi non vivo più d’illusioni. La verità è che non dovevo accettare l’incarico di scrivere "un racconto a tema, una cosa breve, che parla di acqua". Ogni tuo desiderio è legge, ho risposto arrogante. Che ci vuole?, mi sono detto. Sono uno scrittore, non per tirare l’acqua al mio mulino, ma so scrivere. Basta che mi ci metto e qualcosa salta fuori. Poi non ci ho più pensato, e ho fatto passare troppa acqua sotto ai ponti prima di rendermi conto che me l’ero dimenticato, che ero in ritardo, che dovevo consegnare, e in fretta, che dovevo mettere giù qualcosa, una qualsiasi cosa. Mi sono sentito con l’acqua alla gola. Niente. Niente di niente, il vuoto, non un’idea, non un bandolo della matassa da sbrogliare, non una illuminazione. Iniziavo e buttavo via, scrivevo e cancellavo. Facevo di continuo un buco nell’acqua. E poi un altro e un altro ancora. Ho dato troppo affidamento al mestiere. Ho creduto che mi sarebbe bastato sedermi davanti al computer e automaticamente avrei scritto tutto, in un battibaleno. E invece mi smarrivo in una montagna di quisquilie, continuavo a perdermi in un bicchiere d’acqua. Che non è affatto semplice da bere, come la mia anziana madre mi ha insegnato. Esci, mi sono detto, cammina, concentrati, fatti ispirare dalla strada. Calma la tua ansia, butta acqua sul fuoco. Ce la farai. Ma niente. Tornavo a casa accaldato, disidratato, neppure bevevo quasi volessi punirmi, e poi ricominciavo a scrivere storie che facevano acqua da tutte le parti. Forse era il caldo? Forse era l’estate anticipata? Dovevo placare il tumulto delle emozioni, dovevo calmare le acque. Poi una sera un tuono. Il cielo era disseminato di nuvole a pecorelle. "Acqua a catinelle" sussurrai divertito. Corsi fuori, così com’ero, praticamente in mutande, sul marciapiede, a godermi la vampa dell’asfalto umido, a godermi la pioggia. Due ragazze “acqua e sapone“, identiche, forse gemelle, uguali come due gocce d’acqua, mi guardarono stupefatte. La loro leggerezza, il loro sorriso argentino, frizzante, mi fece sentire un pesce fuor d’acqua. Che cosa sto facendo? Ma come mi sono ridotto? Forse è di questo che dovrei parlare, pensai, in quel momento di autentica umiliazione. Del fallimento. Goccia dopo goccia la mia mediocrità aveva scavato la roccia della mia tracotanza. L’ultima goccia aveva fatto traboccare il vaso. Non sai scrivere, questa è la verità. Accetta la tua triste mediocrità. La cosa quasi mi pacificò. Era come aver scoperto l’acqua calda. A questo punto potrei anche lavarmene le mani, pensai. Dichiarare la sconfitta, buttarmi sul divano, addormentarmi guardando la televisione. Ma, no, no, non va bene. Se seguissi l’istinto mi troverei in pochissimo tempo senz’acqua di fonte dove abbeverarmi. Perché, ammettiamolo, cos’altro so fare? Tenetevelo per voi - acqua in bocca! - ma in una qualunque altra cosa sarei ancor più mediocre. Quindi, come diceva mia madre, che mi guarda e non capisce il mio continuo fare avanti e indietro: "Acqua padre che il convento brucia!" È un racconto, un raccontino di poche battute, com’è possibile che non riesca a scriverlo? Vi dirò: mia madre sembra una vecchina tranquilla, ma è un’acqua cheta. La forza del suo sguardo è capace di far crollare ponti. Che stai facendo, sembra dirmi, stai gettando il bambino con l’acqua sporca? È tutta la vita che navighi in cattive acque. È proprio quello che ti dà la spinta. La paura di non farcela. Mai adagiarsi, mai dare nulla per scontato. Quanta ragione in quello sguardo acquoso. Mi diede la carica. Sentii come un languore, avevo l’acquolina in bocca. Avrei potuto scrivere un racconto all’acqua di rose, scialbo e ben educato, forse era questo quello che volevano da me. Oppure scrivere della sua impossibilità. Quello che ho fatto, qui, ora: facile per me, come bere un bicchiere d’acqua.