Maria ha una stanza tutta per sé. Sulla porta c’è scritto perfino il suo nome. È seduta al centro di una piccola scrivania. Passa da un’attività all’altra. Sfoglia un libro, gioca con le bolle di sapone, colora un disegno su una tavoletta luminosa. Poi lascia tutto. È arrivato il momento di muoversi un po’. Nel corridoio c’è un percorso già tracciato. Arrivata davanti a un piccolo ostacolo si ferma. Ma non si perde d’animo. Si appoggia con la mano sinistra al muro per non perdere l’equilibrio, solleva la gamba destra, poi la sinistra, e il gioco è fatto. L’euforia è così tanta che per un attimo si lascia andare anche a un applauso. Ma non c’è troppo tempo per festeggiare. C’è una piscinetta di palline colorate da fronteggiare. Con la stessa tecnica ( e la stessa tenacia) ci entra dentro. Può finalmente sedersi. Ce l’ha fatta. Esausta, ma felice.Maria non ha nemmeno tre anni. Sente, ma fatica tantissimo a vedere. Parla e si interfaccia con gli altri, ma il suo linguaggio non è intellegibile. Le persone che la seguono sono tante: educatori, fisioterapisti, logopedisti, consulenti medici. E molti altri ancora. È arrivata a Osimo, nel centro nazionale della Lega del Filo d’oro, per un “intervento precoce” di tre settimane. Un trattamento, rivolto ai bambini da 0 a 6 anni, che serve per verificare le abilità del paziente e le risposte agli stimoli. Così da elaborare, insieme alle valutazioni di carattere scientifico, un percorso riabilitativo personalizzato. È il metodo “ad personam” che accompagna ogni singola azione dell’organizzazione che dal 1964 si prende cura delle persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale e delle loro famiglie. La missione, da oltre sessant’anni, è sempre la stessa: promuovere l’assistenza, il recupero e la valorizzazione delle potenzialità residue e il sostegno alla ricerca della maggiore autonomia possibile degli utenti.Solo nel corso del 2025, sono state seguite 1.405 persone, il numero più alto mai registrato nella storia della Fondazione. Nel 2015 erano 806, il 74% in meno. Negli ultimi dieci anni, la presenza territoriale si è ampliata da 8 a 12 regioni italiane. Un percorso destinato a proseguire con la prossima apertura della sede territoriale di Nuoro, in Sardegna. E non è escluso che nei prossimi anni ne potrà nascere un centro anche a Roma. «Pensiamo di aver individuato il luogo fisico dove poterlo realizzare – dice ad Avvenire Rossano Bartoli, il presidente -. Siamo in contatto con la Regione Lazio perché il progetto possa ottenere, nel rispetto delle normative, l’autorizzazione e l’accreditamento istituzionale». «Il nostro obiettivo – aggiunge - è continuare questo sviluppo e riuscire nell’arco di qualche anno ad avere un punto di riferimento in tutte le regioni d’Italia per rispondere in modo sempre più efficace ai bisogni delle persone sordocieche e delle loro famiglie». Negli ultimi tempi è cresciuta anche la rete dei volontari, passata dai 592 del 2015 ai 769 del 2025 (+29,9%). L’anno scorso hanno donato oltre 64mila ore di volontariato, di cui 56.684 a diretto contatto con gli utenti. Anche l'organico ha superato le 800 persone, rispetto alle 570 di dieci anni fa: nel 2025 i dipendenti con contratto a tempo indeterminato sono stati 723, pari al 90% dell'organico complessivo.Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e il presidente della Lega del Filo d'oro, Rossano Bartoli, all'inaugurazione del nuovo centro nazionale nel 2023 /Lega del Filo d'oroUna vera e propria famiglia. Ce ne si accorge camminando all’interno dei due lotti del nuovo centro nazionale, inaugurato nel 2023 dal presidente Mattarella. Ma soprattutto incontrando gli utenti. Che, nonostante le loro disabilità, sorridono, si divertono, si esprimono. Come Francesco, un ragazzo non vedente di ventotto anni con la sindrome di Norrie. Riesce a farsi capire grazie alla comunicazione oggettuale: a ogni modellino corrisponde un’azione. Sente il bisogno di farsi una passeggiata all’esterno? Non deve fare altro che afferrare una piccola scarpa conservata in un cassetto. Gli viene voglia di qualcosa di salato? Su una mensola c’è la riproduzione di una patatina in busta. È il suo menù dei desideri. E la stessa cosa vale per i bisogni fisici. Ma non è tutto. Perché a sua disposizione ha anche una console per la musica, creata su misura per lui. Il meccanismo è lo stesso: ogni oggetto è associato a una canzone. Lui si avvicina, ne sceglie uno, lo appoggia su un sensore e il brano parte. È “Ovunque sarai” di Irama. È una delle sue preferite. Gli piace così tanto che si mette a ballare. Ondeggia con tutto il corpo. E non appena finisce, la rimette per la seconda volta. E poi per la terza.La musicoterapia /Lega del Filo d'oroPer tanti di loro, la musica è l’inizio di un’apertura verso il mondo esterno. E infatti la musicoterapia è una delle attività del centro. Tra queste, anche la cucina didattica. Entrando nella stanza dove si preparano i biscotti al cioccolato, si viene subito accolti da un profumo familiare. Intorno a un tavolo sono seduti sei bambini con i loro educatori. C’è chi prova a usare il mattarello, chi mette l’impasto nelle formine. Molti di loro avevano problemi con il cibo. Ma adesso stanno imparando a sperimentare gusti e alimenti nuovi. E poi è un modo per stare insieme agli altri.La cucina didattica /MuoloAnche questo è fondamentale per la Lega del Filo d’Oro: nell’edificio 5, infatti, ci sono le residenze dove gli utenti adulti possono proseguire la riabilitazione per tutta la vita. In ogni appartamento vivono quattro persone. Ciascuno ha una camera personale, ma c’è anche un’area comune per la socializzazione. Una zona franca dove poter chiarire anche qualche piccola incomprensione. Problemi da coinquilini, insomma. Milena, per esempio, ogni tanto spara “a palla” il volume di Radio Maria quando recita il Rosario. Imparerà a regolarlo. Così come ha imparato tantissime altre cose da quando è arrivata. È cambiata in meglio. E con lei si è trasformata anche la “Lega”. Che «non è mai uguale a sè stessa, ma muta in relazione ai bisogni degli utenti», sottolinea Massimo Frascarello, il direttore sanitario nazionale. E non ha intenzione di fermarsi, aggiunge Tiziano Gomiero, il direttore Tecnico Scientifico. Che evidenzia: «È una necessità che non deriva dalle nostre ambizioni, ma dal guardare in faccia le persone che abbiamo davanti». Roberto Costantini, il direttore generale, ne è certo: «È un modello ripetibile».