Decisori politici e opinione pubblica sono concentrati sull’impatto dell’Intelligenza artificiale (IA) sul mercato del lavoro: quanti posti saranno distrutti, quanti ne nasceranno, quali professioni diventeranno obsolete. Occupazione, produttività, salari: è questo, indubbiamente, l’ambito in cui la tecnologia mostra i suoi effetti più visibili. Restano tuttavia sullo sfondo – o lasciate al confronto tra specialisti – questioni altrettanto centrali e che non poco incideranno sul futuro del lavoro almeno per come lo abbiamo sin qui conosciuto.Poco si parla della grande difficoltà dei sistemi educativi e formativi ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti imposti dalla IA. La questione è stata evidenziata dalla Enciclica Magnifica humanitas . Il Santo Padre Leone XIV ha lucidamente chiarito non solo come l’IA renda inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, ma anche l’urgenza di ripensare l’organizzazione di scuola e università, i metodi di studio e di valutazione e la stessa figura del docente.Alcuni Paesi stanno reagendo in modo incisivo su questo fronte. Tra il 2021 e il 2025 le università cinesi hanno revocato o sospeso circa 12.200 programmi e ne hanno introdotti 10.200. La direzione è chiara: sostenere settori ritenuti strategici per la competizione economica globale come IA, robotica, embodied intelligence, tecnologie industriali. Questo modello non è necessariamente da assumere come esempio. Anzi, contiene un rischio evidente: ridurre l’educazione a mero strumento della politica industriale. Il caso cinese ha però il merito di rendere visibile ciò che da noi resta implicito. L’IA non cambia solo i lavori del futuro; cambia l’idea di formazione utile, desiderabile, strategica.Un segnale diverso arriva dagli Stati Uniti. Princeton, una delle università simbolo della tradizione accademica americana, ha deciso di reintrodurre la sorveglianza negli esami. Per oltre un secolo gli studenti di Princeton avevano sostenuto le prove senza docenti o sorveglianti in aula, confidando su un codice d’onore e sulla responsabilità personale. Le nuove possibilità di plagio e copiatura, rese più facili dagli strumenti di IA generativa, hanno contribuito a mettere in discussione quel patto educativo. Anche in questo caso la questione non valutare la correttezza o meno della scelta di Princeton. Il punto è capire cosa riveli questa decisione. L’IA non mette in crisi soltanto le prove d’esame. Mette in crisi una intera infrastruttura educativa basata su fiducia, responsabilità condivisa, lealtà, riconoscimento del valore dell’impegno personale e dello studio.È questo il tema che dovrebbe interessare anche il dibattito italiano. Scuola e università stanno vivendo una trasformazione profonda e silenziosa e, forse per questo, più insidiosa di quanto avvenga in altre parti del mondo. Studenti e docenti usano già l’IA. La usano però in modo del tutto informale, individuale, non accompagnato. La usano per studiare, scrivere, riassumere, preparare lezioni, costruire materiali, correggere testi, simulare interrogazioni, produrre elaborati. Non mancano linee guida, regolamenti, richiami alla trasparenza, alla responsabilità, al divieto di plagio. Sono strumenti necessari ma non bastano perché una policy di condotta non è un progetto educativo. Dire agli studenti che non devono copiare è giusto. Ma la domanda decisiva resta un’altra: come si insegna, come si studia, come si valuta, come si forma una decisione e una relativa responsabilità quando una macchina può produrre rapidamente, e senza fatica, testi, traduzioni, immagini, esercizi, risposte e soluzioni a problemi complessi? La facilità con cui si ottiene una risposta rischia di spegnere il desiderio di porre domande e la capacità di valutarne in modo critico il contenuto.Qui torna il cuore della questione sollevata da Magnifica humanitas . I sistemi educativi e formativi non sono chiamati a inseguire la velocità del cambiamento. Sono se mai chiamati a offrire ciò che la tecnologia non può dare: tempo condiviso per apprendere, curiosità, fiducia, metodo, ricerca del senso di quello che si fa e che ci circonda. È una indicazione semplice, ma radicale. Perché significa che il compito educativo non è rendere studenti e docenti più veloci della macchina. È aiutarli a non essere assorbiti dalla macchina. Ad usare consapevolmente l’IA, anche nel mondo del lavoro a quale sono destinati, senza subirne passivamente l’influsso.La domanda di fondo, allora, non è tecnica e non riguarda soltanto quali competenze o professioni serviranno domani. Riguarda quale società vogliamo costruire oggi. Il futuro del mercato del lavoro nell’era della IA non sarà scritto dagli algoritmi e dagli ingegneri. Sarà scritto dagli educatori e formatori che sapranno, o non sapranno, accompagnare i giovani a restare umani mentre imparano a usare macchine sempre più capaci.
Corsi “strategici”, sistemi anti-copiatura: l’IA e il patto educativo
Modelli fondati su fiducia e responsabilità alla prova dei nuovi strumenti tecnologici








