Basta frapporre schermi tra genitori e figli, anche piccolissimi. E no, non è una metafora. “Lo schermo può aspettare. Loro no”, è lo slogan scelto dal governo italiano per la nuova campagna istituzionale “Non è mai troppo presto” presentata a Palazzo Chigi e dedicata all'educazione digitale dei neogenitori. Un progetto che nasce da una constatazione ormai condivisa da psicologi, pedagogisti e neuroscienziati: il rapporto con gli schermi e con lo scrolling infinito non comincia nell'adolescenza, anche se oggi il dibattito politico è molto concentrato sull’idea di un divieto all’uso dei social per i minori di 14 anni, ma molto prima, nei primi mesi di vita.Davide e Golia, un opuscolo contro i social networkLa campagna, promossa dal dipartimento per le Politiche contro la droga e le altre dipendenze, ruota attorno a un video trasmesso in modo massiccio sulle reti Rai e a un vademecum in 9 punti che verrà distribuito nei reparti di maternità e pediatria. Un approccio, però, che contiene una piccola ironia legata ai tempi che stiamo vivendo: per affrontare una delle sfide più complesse dell'era digitale, lo Stato sceglie come strumento principale un opuscolo cartaceo.Il pieghevole elenca una serie di raccomandazioni che difficilmente troverebbero oppositori: "Occhi negli occhi", "Tu prima dello schermo", "Niente schermo per calmare", "Pochissimi schermi nei primi tre anni". Consigli che invitano i genitori a privilegiare la presenza fisica, il contatto visivo e l'interazione diretta con il bambino, ricordando che "abbracci, carezze, parole e sguardi sono la vera tecnologia affettiva che nutre lo sviluppo".L'idea di fondo è, come sempre, che il problema non siano gli strumenti tecnologici in sé, ma il loro utilizzo precoce e sostitutivo delle relazioni. Un concetto ribadito dal sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha inserito le dipendenze digitali all'interno di un fenomeno più ampio di "ibridazione" tra dipendenze da sostanze, comportamentali e tecnologiche. "L'obiettivo non è cancellare lo strumento ma ricondurlo a un uso ragionevole e disciplinato", ha spiegato.Sul piano politico, la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha rivendicato una strategia che punta a rafforzare il ruolo educativo dei genitori verso i figli. "Con questa campagna vogliamo adottare un metodo preciso: non sottrarre competenze alla famiglia o spostarle altrove, ma rafforzarle", ha dichiarato. Secondo la ministra, l'obiettivo è favorire un vero e proprio "empowerment familiare", offrendo strumenti e indicazioni pratiche in una fase storica in cui le famiglie si trovano ad affrontare problemi inediti e spesso in condizioni di crescente isolamento sociale.Roccella ha inoltre collegato l'iniziativa alle misure già introdotte dal governo sul fronte della tutela dei minori online, a partire dall'obbligo per gli operatori di rendere disponibile il parental control gratuito sui nuovi dispositivi. Uno strumento che, nelle intenzioni dell'esecutivo, dovrebbe aiutare le famiglie a governare tempi e modalità di accesso alla rete.Genitori e figli “digitalmente modificati”Se il messaggio istituzionale punta sulla responsabilità genitoriale, quello degli esperti intervenuti all'evento è apparso molto più allarmato. Antonio Palmieri, fondatore della Fondazione Pensiero Solido che ha curato il vademecum, ha osservato come spesso l'attenzione si concentri sugli adolescenti quando il rapporto problematico con i dispositivi è già consolidato da anni. "Non possiamo preoccuparci dei ragazzi di 13 o 14 anni dopo averli esposti fin dall'infanzia a un cattivo uso dei device", ha affermato.Ancora più netto Giuseppe Lavenia, presidente dell'Associazione Dipendenze tecnologiche, cyberbullismo e hikikomori: "Mettere uno schermo davanti ai bambini significa creare degli individui digitalmente modificati", ha detto, sottolineando come la pressione sociale spinga sempre più famiglie verso un'esposizione precoce ai dispositivi, ma che delegare agli schermi la gestione delle emozioni rischia di compromettere lo sviluppo emotivo dei più piccoli.I dati illustrati sono effettivamente inquietanti: già nella fascia d'età tra 0 e 6 anni l'81% dei bambini utilizza lo smartphone da solo, e i loro genitori utilizzano costantemente il telefono in presenza del proprio figlio, mentre il 38% di loro delega ad Alexa il racconto delle favole della buonanotte. Ma addirittura già nella fascia 2-3 anni il 24% dei bambini ha un profilo social, ovviamente creato dai genitori, il 50% utilizza WhatsApp per mandare messaggi audio, il 71% usa un tablet per giocare o guardare video.La campagna sembra partire da una convinzione precisa: la prima barriera alle dipendenze tecnologiche non è – o non è solo – la regolazione delle piattaforme né l'innovazione tecnologica, ma la relazione tra un genitore e suo figlio. Una scommessa culturale che punta tutto sul fattore umano che, almeno per ora, passa ancora dalla carta stampata. Sarà sufficiente?
Come togliere quello schermo che divide genitori e figli, il piano del governo che punta all'educazione digitale in famiglia
Uno spot e un opuscolo cartaceo, così il dipartimento contro le dipendenze punta su metodi “tradizionali” per sensibilizzare i genitori nella relazione con i figli







