Lontane dal clamore mediatico del risiko bancario, in Italia le neobank iniziano a ritagliarsi uno spazio crescente. Lo dimostra Bunq, olandese, che il 23 giugno ha annunciato l’apertura della prima succursale nel nostro Paese – a Milano – e il lancio dell’Iban italiano. Per gli utenti è il sesto Iban disponibile, dopo quelli di Paesi Bassi, Germania, Spagna, Francia e Irlanda.22 milioni di utenti in oltre trenta Paesi per la neobank olandese BunqFondata ad Amsterdam nel 2012, Bunq è stata la prima banca negli ultimi 35 anni a ottenere in Europa una licenza greenfield, da zero, senza dover assorbire un istituto già esistente. A dicembre 2021 ha chiuso il più grande round di serie A per una fintech europea: i 193 milioni di euro investiti dalla società di private equity britannica Pollen Street Capital hanno fatto salire la sua valutazione a 1,65 miliardi di euro.Negli Stati Uniti ha ricevuto l’autorizzazione a operare come intermediario finanziario e a gennaio ha avviato l’iter, più lungo, per ottenere una licenza bancaria vera e propria. Un percorso intrapreso a maggio anche con i regolatori messicani. Cosa tutt’altro che scontata per una neobank, Bunq ha raggiunto la redditività su base annuale nel 2024. Oggi conta 22 milioni di utenti: la banca non fornisce il dettaglio sulla base utenti in ciascuno degli oltre 30 Paesi serviti, ma fa sapere che in Italia è triplicata nell’ultimo anno.Ma quindi la discriminazione degli Iban esiste ancora? La distanza tra teoria e pratica“Quello che troviamo più significativo, però, è quando è avvenuta questa crescita: prima dell'introduzione dell’Iban italiano. Per noi è stato un segnale molto chiaro – c'era già una forte domanda per un'esperienza bancaria più semplice ed internazionale”, aggiunge a Wired Italia la chief strategy officer di Bunq, Bianca Zwart. Ma se c’è stato bisogno di aggiungere l’Iban italiano significa che esiste ancora la discriminazione degli Iban? Sulla carta, non dovrebbe. Il regolamento Sepa – entrato in vigore addirittura nel 2012 – vieta a datori di lavoro, aziende e fornitori di servizi di rifiutare un conto corrente aperto in un altro Paese dell'Unione europea.“Quello che vediamo è una differenza tra teoria e pratica: in Europa un Iban dovrebbe essere accettato ovunque, ma nella vita di tutti i giorni alcune frizioni esistono ancora”, risponde Zwart. “Può succedere, ad esempio, a una persona che si trasferisce in Italia, a un italiano che lavora all’estero o a chi divide il proprio tempo tra più Paesi, quando deve ricevere lo stipendio, pagare l’affitto o attivare un abbonamento. Non è un problema legato a una singola banca: riflette il fatto che molte abitudini quotidiane sono ancora molto locali, mentre il modo in cui le persone vivono è sempre più europeo”.Che piani ha per l’Italia la neobank olandese BunqÈ per questo motivo che Bunq permette di gestire più Iban in parallelo. Un expat che si è trasferito ad Amsterdam ma continua a lavorare da remoto per clienti italiani, ad esempio, può incassare i pagamenti delle fatture con l’Iban italiano e pagare l’affitto con quello olandese, senza dover aprire conti separati. Quando le chiediamo se l’ingresso in pianta stabile in Italia prelude all’introduzione di servizi aggiuntivi, Bianca Zwart non anticipa novità specifiche: “Per eventuali nuovi servizi locali, vedremo insieme agli utenti quali sono le esigenze più importanti e dove possiamo davvero fare la differenza”.La direzione intrapresa finora sembra comunque suggerire una diversificazione dell’offerta, con i servizi bancari in senso stretto che vanno di pari passo con l’eSim con assicurazione di viaggio inclusa, la compravendita di criptovalute, la possibilità di investire in azioni tramite app. “Non partiamo dai prodotti. Partiamo dai problemi che gli utenti cercano di risolvere”, conclude Zwart.Come se la cavano le neobank in ItaliaPur restando ancora leggermente indietro in termini di competenze digitali di base (le raggiunge appena il 46% della popolazione tra i 16 e i 74 anni), negli ultimi anni l’Italia ha accelerato nell’utilizzo dei servizi digitali nelle attività quotidiane. E le neobank hanno quindi trovato terreno fertile per crescere. Lo conferma la sesta edizione del report Digital Banking Maturity, pubblicato da Deloitte a maggio 2025.Le venti banche digitali censite nel rapporto sono numericamente una minoranza, ma vedono i propri depositi aumentare molto più in fretta: il tasso di crescita medio annuo si aggira infatti sul 50% tra il 2019 e il 2023, contro il 4% delle 390 banche tradizionali presenti nel territorio. Un risultato che in buona parte è figlio di attività promozionali come l’offerta di conti remunerati ad alto rendimento. Ma c’è dell’altro, sottolinea Deloitte, perché il settore sta cercando di svincolarsi da un modello incentrato su conti correnti e pagamenti per allargarsi a prestiti, investimenti e servizi finanziari.Allargare la base clienti, infatti, è soltanto una parte dell’equazione. Le neobank in Italia sono riuscite a quadruplicarla tra il 2019 e il 2023, contro il timido +10% circa delle banche tradizionali, ma queste ultime finora sono state molto più capaci di monetizzarla (i loro ricavi per cliente si aggirano tra i 750 e gli 800 euro l’anno, contro i 50-55 euro delle banche digitali). Ed è anche su questo, oltre che sulle economie di scala, che si gioca la redditività: mediamente una neobank impiega sette anni a raggiungerla.
Un'altra neobank punta sull'Italia: l'olandese Bunq apre la prima succursale e introduce l’Iban locale
Ancora oggi, non è scontato riuscire a ricevere lo stipendio o domiciliare le bollette su un Iban estero. La neobank olandese Bunq, con lo stesso conto corrente, permette di averne fino a sei, tra cui – a partire dal 23 giugno – quello italiano






