“Ho novantasei anni e continuo a stupirmi di essere ancora qui”. Licia Fertz sorride mentre lo dice, truccata, con il rossetto perfetto e la voce ferma di chi ha attraversato abbastanza vita da non avere più bisogno di impressionare nessuno. “Non lo dico per civetteria. La mia vita avrebbe avuto ogni ragione di fermarsi molto prima. E invece eccomi: sveglia al mattino, truccata, con ancora qualcosa da dire”.
Quando ripercorre la sua vita, Licia non pensa agli anni ma alle volte in cui ha dovuto ricominciare. “Se dovessi misurare la mia vita non in anni ma in perdite, avrei già smesso di contare da tempo”. Ha perso la sua terra, una figlia, il marito dopo oltre sessant’anni insieme e perfino il cammino, letteralmente, tre volte. “Tre cadute, tre femori rotti”. La parola resilienza non la convince troppo. “La trovo un po’ gonfia. Io la chiamo semplicemente abitudine a ricominciare”.
La prima perdita
Licia nasce nel 1930 in Istria. Poi arriva la guerra. “Eravamo italiani in una terra che stava diventando di qualcun altro”. I titini avanzano e la sua famiglia deve scegliere se restare o partire. “Siamo andati”. Con dolore. “L’esilio non è solo perdere una casa. È perdere il posto nel mondo in cui pensavi di stare. È svegliarti altrove e non riconoscere i suoni della mattina, l’odore dell’aria, le facce della gente”.






