Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Ogni estate, dalle Alpi alle colline senesi, dai palazzi pugliesi alle piazze umbre, oltre 100 festival di musica classica irrorano città d’arte, borghi e paesaggi. Non hanno i budget dei grandi appuntamenti europei, come i festival di Verbier, Salisburgo o Lucerna, ma contribuiscono a raccontare il modello economico italiano.
Si tratta, a tutti gli effetti, di pmi culturali: realtà snelle, ad alta intensità di capitale umano e reputazionale. Il valore non si concentra in un’unica area, ma viene distribuito lungo l’intero territorio nazionale. L’egemonia di pochi colossi, insomma, lascia il posto alla somma di molte eccellenze. Qui si rispecchia l’Italia dei distretti, delle filiere, delle aziende familiari capaci di competere globalmente grazie ad alta specializzazione e inventiva.
Un caso emblematico è il Festival della Valle d’Itria, a Martina Franca (Ta), ora condotto da Silvia Colasanti: un modello di nicchia premium, celebre per la riscoperta di opere rare. Il Monteverdi Festival di Cremona ha costruito un brand territoriale attorno alla figura di Claudio Monteverdi e alla tradizione liutaria locale, con circa seimila spettatori e un impatto economico stimato intorno ai 400mila euro. Il Cacciaconti Music Festival, tra Trequanda e Radicofani (Si), esplora territori ancora protetti dall’overtourism.








