Segue dalla prima.24 giugno 2026 alle 01:00

(...) Aveva uno sguardo da professore, un linguaggio colto e a suo modo divertito. Lo sforzo improbo di farsi anche cronista, riuscendoci talvolta e altre no, lo rendeva dolcemente simpatico. In qualche modo gli siamo debitori per aver introdotto in questo giornale categorie di riflessione che non sempre sono compatibili con le decisioni sul tamburo che la professione di giornalista richiede. «

Sa weltanshauung

», sintetizzava una giornalista colta e ironica col tedesco in tasca. C'era dentro tutto, a partire dalla scommessa di restituire una visione del mondo identitaria ma senza pastrocchi. Aveva insegnato Lettere per tanto tempo a Varese e poi a Cagliari e la capacità di intercettare lo sguardo dei più giovani era un tratto che lo qualificava. Mai viste tante classi a L’Unione Sarda come quando era direttore Bandinu, via una dentro l’altra, e lui al centro a raccontare cos’è e quanto incide la qualità dell’informazione. E soprattutto quanto è necessaria la consapevolezza, di sé e del mondo che ci sostiene.

Oggi tutte i ragionamenti sull’immaginario di un popolo – come si forgia, chi detta i valori, con quale rigore è necessario analizzare per non soggiacere a delusioni e cadute – sono materia viva e caldissima. Bandinu le ha perseguite in decenni di speculazione intellettuale: la modernizzazione, la società dei consumi, la televisione, Internet e la digitalizzazione senza requie, tutti i campi nei quali dispiegò la sua attività scientifica, si riesce a legarli con un medesimo filo rosso. Un’inquietudine antropologica di uomo e studioso che fa i conti col rischio che una comunità perda la capacità di interpretare se stessa, fra bisogni emergenti e culture cessanti.