di Andrea Pasinimartedì 23 giugno 20263' di lettura

Ci sono notizie che durano pochi minuti. Riempiono i titoli, attraversano i social, suscitano indignazione e poi scompaiono. E poi ci sono notizie che dovrebbero costringerci a fermarci. La morte dell’agente motociclista della Polizia Locale di Milano appartiene a questa seconda categoria.Perché non è morto soltanto un uomo in uniforme. Non è morto soltanto un agente impegnato in un inseguimento. È morto un cittadino italiano, una persona perbene, un lavoratore che quella mattina era uscito di casa per fare il proprio dovere e non vi farà più ritorno. Dietro una divisa c’è sempre una vita. Ci sono genitori, figli, amici, sogni, sacrifici. C’è una persona che ha scelto di servire la comunità accettando responsabilità che molti non sarebbero disposti ad assumersi.Eppure troppo spesso ce ne dimentichiamo. Ci ricordiamo delle forze dell’ordine quando ne abbiamo bisogno. Quando c'è un incidente. Quando c’è una rapina. Quando qualcuno ci minaccia. Quando chiediamo sicurezza. Ma dimentichiamo che quella sicurezza ha un prezzo. E che a volte quel prezzo viene pagato con la vita da questi eroi in divisa.La tragedia di Milano nasce da una circostanza che dovrebbe indignare qualsiasi cittadino onesto: il rifiuto di fermarsi a un controllo. In uno Stato democratico esiste un principio semplice. Se una pattuglia ti ordina di fermarti, ti fermi. Non scappi. Non acceleri. Non trasformi una strada pubblica in una corsa contro la legge. È una regola elementare. Una regola che distingue la convivenza civile dall’anarchia.Per questo occorre avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Chi decide di sottrarsi a un controllo delle forze dell’ordine, mettendo a rischio la vita degli agenti e dei cittadini, non è un furbo. Non è una vittima. Non è un ribelle. È un criminale. Saranno la magistratura e gli investigatori ad accertare tutte le responsabilità individuali. È giusto che sia così. È il fondamento dello Stato di diritto.