Praticamente nessuno in Islanda mangia carne di balena. Tutta la produzione viene esportata in Giappone, se e quando riesce a trovare un acquirente. Eppure le baleniere Hvalur 8 e Hvalur 9 sono tornate in mare, hanno segnato così la fine di una pausa durata due stagioni: i primi due capodogli uccisi al largo delle coste islandesi sono stati riportati a riva martedì mattina, e con loro è ripresa una delle pratiche più contestate della politica ambientale del Paese. L'Islanda è uno dei soli tre Stati - con Norvegia e Giappone - che consentono ancora apertamente la caccia commerciale ai cetacei, nonostante la moratoria globale adottata dalla Commissione Baleniera Internazionale nel 1986 e il biasimo crescente dell'opinione pubblica internazionale.Il ritorno in mare non era scontato. Nel 2024 il governo aveva rilasciato le autorizzazioni in ritardo, rendendo impossibile organizzare la stagione. Nel 2025 la stessa società Hvalur aveva deciso di restare ferma: il direttore generale Kristján Loftsson aveva spiegato che l'attività non sarebbe stata economicamente sostenibile, soprattutto per le difficili condizioni del mercato giapponese. Per il 2026 l'Istituto islandese per la ricerca marina ha fissato quote ridotte: un massimo di 150 balenotteri comuni, in calo del 28% rispetto ai limiti precedenti, e 168 balenottere minori, giù del 23%, per un totale di 318 cetacei autorizzati nell'arco della stagione estiva, che si svolge tradizionalmente tra metà giugno e metà settembre. La partenza delle navi dal porto di Reykjavík è stata ritardata da un attivista salito sull'albero maestro di una delle baleniere, poi sceso una volta raggiunto Hvalfjörður e riaccompagnato in città dalla polizia.Le reazioni delle organizzazioni per i diritti degli animali sono state durissime. Joanna Swabe, direttrice per gli affari pubblici europei di Humane World for Animals, ha dichiarato all'Afp che è “profondamente scoraggiante” vedere la baleniera lasciare il porto, ricordando che “non esiste alcun modo umano di uccidere una balena” e che organismi veterinari islandesi hanno documentato casi in cui alcuni esemplari hanno impiegato fino a due ore per morire dopo essere stati colpiti dagli arpioni. La parlamentare islandese Valgerður Árnadóttir, cofondatrice dell'associazione Hvalavinir (“Amici delle Balene”), ha sintetizzato il paradosso: “Non c'è assolutamente alcuna buona ragione per farlo. Non è economicamente conveniente. Non ci guadagniamo. Non è una tradizione culturale. Quasi nessuno in Islanda mangia carne di balena e tutta la produzione viene venduta al Giappone, se la compra”. Andreas Dinkelmeyer dell'Ifaw ha aggiunto il sospetto di un calcolo politico: “Ci chiediamo se abbia secondi fini, come utilizzare la caccia alle balene per alimentare il dibattito politico”, con un occhio al referendum sull'adesione dell'Islanda all'Unione europea.Il futuro della pratica è comunque segnato, almeno nelle intenzioni del governo. La ministra dell'Industria Hanna Katrín Friðriksson ha annunciato di voler presentare al Parlamento, nella sessione autunnale, un disegno di legge per vietare definitivamente la caccia commerciale ai cetacei. Il percorso sarà tutt'altro che lineare: le licenze quinquennali già concesse nel 2024 consentono legalmente a Hvalur di operare nel breve periodo, e la proposta dovrà fare i conti con queste autorizzazioni esistenti. Árnadóttir ha detto di aver già incontrato la ministra e di sperare che «mantenga la parola data». Nel frattempo, le baleniere sono già in mare.