Oltre mille pazienti assistiti e un modello che unisce ospedale, terzo settore e imprese. Il Progetto San Bartolomeo punta a rendere concrete le cure per le persone più fragili, superando non solo le barriere economiche ma anche quelle linguistiche, culturali e sociali

Ci sono un padre e una madre, entrambi siriani, in un video proiettato nell’Aula Magna dell’Ospedale Isola Tiberina. Sono arrivati dal Libano un anno fa, attraverso un cordone umanitario, con i loro tre figli. Raccontano di uno di loro – ha 8 anni – che non sorrideva più: i denti che mancavano lo tenevano lontano dai coetanei, dal gioco, da quella normalità che alla sua età dovrebbe essere garantita. Oggi il piccolo è tornato a sorridere di nuovo e i suoi genitori, in quel video, dicono solo: “Grazie per aver dato speranza ai nostri figli”.

È attorno a storie come questa che il Progetto San Bartolomeo ha riunito oggi i suoi promotori – Comunità di Sant’Egidio, Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola, Fondazione dell’Ospedale, Deloitte e Fondazione Deloitte – per fare il punto su tre anni di lavoro e oltre mille pazienti assistiti. Non una celebrazione, o non solo. Piuttosto, la verifica pubblica di un modello che si propone come replicabile: quello di un’alleanza tra pubblico, privato e terzo settore costruita attorno al principio, apparentemente semplice, che il diritto alla salute non dovrebbe dipendere da dove sei nato, da quanto guadagni, o da quante parole italiane conosci.