In un bellissimo pezzo pubblicato nell’edizione inglese della rivista Rolling Stone, la folksinger Emily Portman scrive: «Era una ordinaria giornata nella vita di una cantautrice folk nel luglio del 2025. Arrivai in studio e cominciai a lavorare su alcune nuove canzoni. Poi arrivò una notifica sul mio telefono. Qualcuno si congratulava per il mio nuovo album. Ero confusa, non avrei pubblicato il mio nuovo disco fino al maggio successivo. Cosa poteva significare?». Semplice, o meglio spaventoso. Era stato pubblicato un disco a suo nome dalle principali piattaforme musicali, senza che lei ne sapesse nulla. Era ovviamente un falso, generato dall’Intelligenza artificiale. Il racconto prosegue spiegando cosa ha dovuto fare per far rimuovere quell’orrore, che non è stato poi così semplice, e che l’incidente, ora che è uscito il suo nuovo “vero” album, l’ha resa consapevole della estrema fragilità del sistema, dell’assenza di solide protezioni in difesa del lavoro creativo. Ormai dell’Ia si parla ovunque e in ogni momento, sembra il tema senza il quale nulla più può esistere a prescindere. E finalmente sono sempre più forti le voci che arrivano dai più disparati mondi sui pericoli insiti nell’adozione dell’Ia. In molti casi l’allarme arriva dagli stessi creatori. In musica il tema ha un rilievo del tutto specifico. È difficile se non impossibile vederne i benefici. Ma soprattutto si evita sistematicamente la prima e più essenziale domanda. Ce n’era bisogno? C’è un solo motivo per cui il mondo della musica sentiva il bisogno di evolversi utilizzando questa nuova tecnologia? Mi sentirei di dire no, in maniera assoluta e categorica. Gli unici a trarne vantaggio sono le persone interessate a produrre falsi, oppure musica a buon mercato, realizzata con facilità, senza neanche l’ingombro degli artisti nella loro consistenza reale, perché magari sono capricciosi, rompono le palle, costano. Lo scenario è terrificante e procede con la velocità delle tecnologie che invadono la nostra vita. La verità è tragicamente semplice. Siamo di fronte a una tecnologia che, come è sempre stato, sembra rispondere a un bisogno di qualche tipo, ma il fatto è che, almeno nel mondo della musica, questo bisogno semplicemente non c’era. Siamo stati indotti a pensare che ci fosse, anzi, che fosse una sorta di dono divino, di supporto al faticoso lavoro degli artisti. Ma è una bugia, una colossale truffa che al momento risponde solo al benessere delle aziende che producono AI. E, come nota una delle vittime, la cantautrice Emily Portman, sta portando al rischio che possa crescere la sfiducia da parte del pubblico, che non avrà più modo di stabilire con certezza se quello che sta ascoltando è vero o falso.