I numeri confermano il successo della farmaceutica italiana, tra export record, produzione in crescita e valore generato dall’innovazione per salute e sistema Paese. Ma nel nuovo scenario globale, segnato da Mfn, competizione Usa-Cina e pressione sugli investimenti, il primato non può essere dato per acquisito

Non basta più registrare i numeri record. Per Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, il punto è difendere una leadership che l’Italia ha costruito negli anni, ma che oggi non può essere data per acquisita. All’Assemblea pubblica 2026, dedicata a “Geopolitica e innovazione: l’industria farmaceutica asset strategico per la salute e la crescita della Nazione”, il messaggio è stato netto: se da un lato, la farmaceutica italiana resta uno dei pilastri più solidi del Made in Italy, dall’altro la velocità con cui si stanno muovendo Stati Uniti, Cina e mercati globali impone una risposta politica e industriale altrettanto rapida.

Il settore arriva al consueto appuntamento annuale, riconfermando la presidenza di Cattani a seguito dell’assemblea privata e presentando risultati rilevanti. Sul versante industriale, il comparto ha segnato nel 2025 69 miliardi di euro di export e 74 miliardi di produzione, con una crescita dell’export del 248% negli ultimi dieci anni e un surplus estero cresciuto di 6,4 miliardi nei primi quattro mesi del 2026. Numeri che Farmindustria ha voluto leggere insieme a un altro dato, quello del valore prodotto dall’innovazione per la salute e per il sistema Paese. Di fronte a un’aspettativa di vita media che ha raggiunto gli 84 anni, in 25 anni la mortalità è diminuita del 31%, con un calo del 41% per le malattie croniche e del 27% per le neoplasie. E, secondo le stime presentate, 11 miliardi di euro investiti in innovazione tra il 2014 e il 2024 avrebbero generato 66 miliardi di valore socio-economico, un miliardo di ore di lavoro recuperate e 21 milioni di giornate di ospedalizzazione evitate.