In una lettera inviata il 22 giugno a Ursula von der Leyen, a Kaja Kallas e a Maroš Šefčovič, dodici organizzazioni non governative – tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e Oxfam – hanno rimesso sul tavolo la questione del divieto di commercio fra l’Unione europea e gli insediamenti israeliani in Palestina.

Le Ong richiamano con forza il parere espresso dalla Corte Internazionale di Giustizia, secondo cui gli Stati terzi hanno l’obbligo di non prestare assistenza al mantenimento di una situazione considerata illegale dal diritto internazionale.

La Commissione europea, tuttavia, sta ritardando l’elaborazione di una proposta per limitare le importazioni provenienti dalle colonie in Cisgiordania, nonostante almeno quindici Stati membri, fra cui l’Italia, sarebbero disponibili a prenderla in considerazione. Numeri che rappresentano poco più della metà dei ventisette ma che permetterebbero, teoricamente, l’approvazione a maggioranza qualificata, qualora il dossier venisse trattato come una mera questione commerciale. Eppure, sembra che nessuno stia lavorando alle proposte.

Dietro lo stallo non ci sono solo le prudenze di alcuni Stati, con asse rigoroso tra Germania, Repubblica Ceca e l’Ungheria del nuovo corso di Péter Magyar, ma una vera e propria querelle istituzionale fatta di sgambetti tra i commissari e confronti sulle competenze all’interno del Berlaymont.