Ultimo live all’Olimpico
Con il concertone di Tor Vergata del 4 luglio alle porte, sarebbe stato più che sensato per Ultimo non solo pubblicare musica in linea con le aspettative delle migliaia che aspettano quella data più degli americani. In verità, sarebbe stato logico per lui anche non pubblicare niente affatto. Del resto, il cantautore romano, benché ancora catalogabile come "giovane" secondo le regole demografiche del nostro anziano paese, pare già entrato da anni nella fase "Vasco", in cui realizzare nuova musica non serve neanche più a vendere biglietti. E tuttavia, Ultimo insiste. Insiste e da qualche tempo, ahinoi, si ripete. Ma qualcosa si è mosso, finalmente. "Il giorno che aspettavo" contiene un elemento che mancava da un po’ nell’opera del cantautore pop italiano contemporaneo di maggiore successo: la possibilità di una crescita.
Sia chiaro, questo disco non è un’inversione a U nella carriera di Ultimo. All’80% le canzoni restituiscono all’ascoltatore esattamente ciò che si aspetta: aperture di volume esagerate; impermeabilità alle sottigliezze; gusti musicali datati; parole già sentite (mondo! sogni! fragili!); grandi generalizzazioni e minuscoli dettagli banali; la solita ossessione a parlare dei genitori dell’interlocutore. Insomma, se funziona, perché dovrebbe cambiare formula? A tratti, quindi, quell’infinito usato come brand (letteralmente, visto che Ultimo se l’è tatuato su un dito), questo simbolo che unisce la copertina vagamente alla Coldplay del disco al logo del concertone "La favola per sempre" in un grande atto di sinergia commerciale, potrebbe sembrare quasi una minaccia: una volta entrati, non si esce dal loop interminabile della musica di Ultimo, con le sue solide certezze, con il modo non esattamente moderno di raccontare l’amore, con le sue fissazioni e le sue potenzialità. Come se il pubblico e l’artista, bloccati in un eterno 2017, non avessero più nulla da aggiungere da qui fino alla morte termica dell’universo. Ma tra gli ultimismi più biechi si muove qualcosa. Se da una parte l’acuto di "Qualcosa di bello" è piatto come tanti altri momenti di enfasi delle canzoni di Ultimo, dentro "Questa insensata voglia di te" puoi sentire degli strappi inediti, quegli "uuh uuh" aspri e imperfetti, che suonano come i primi momenti acusticamente vulnerabili di un cantautore che per anni si è descritto come tale cantando, invece, con la delicatezza un blocco di travertino. Davanti all’affettato vocalismo vendittiano di "Quando dorme la città" e alle note di petto di mille e mille versi, puoi sentire invece la spinta in alto del bridge di "Cuore di plastica" dove peraltro si fa un uso ingegnoso dell’arrangiamento con i trilli di pianoforte nella seconda strofa. Per ogni riflessione da maschio medio che si sente troppo sensibile rispetto ai suoi pari ("soffro di più della media della gente con cui esco", ed ecco a te una coccarda per non essere apatico), per ogni visione pessimistica della vita come una sala d’attesa insopportabile, ci sono delle visioni inedite di futuro in "Avevamo cent’anni" e "Ci siamo detti tutto".











