TAIBON AGORDINO (BELLUNO) - Gruppo del Civetta e della Moiazza, Pale di San Lucano, Framont. Sono queste le mete preferite dei base jumper. Un’estate che è iniziata con una tragedia, quella del 26enne francese Charles Tanquy che sabato ha perso la vita nel volo dal Castello delle Nevere. Ma è molto lunga la scia di incidenti mortali sulle montagne dell’Agordino, l’ultima sabato scorso, col decesso del francese Charles Tanguy di 26 anni. Un esperto base jumper è il 47enne bellunese Diego Bogo, che pratica questa disciplina fin dal 2006 ed ha all’attivo circa 2000 lanci con il paracadute. Ed ha una sua precisa teoria in merito al ripetersi, così ravvicinato, di queste sciagure.

Quattro vittime in due anni: colpa delle correnti d’aria? «Tenderei a escludere che l’ultima sia stata determinata da forti correnti. Il Castello delle Nevere non ne è particolarmente soggetto e non è intrinsecamente pericoloso. È probabile invece che il francese abbia tentato di compiere il proximity flying, nel nostro gergo una “pelata” ovvero un volo molto vicino alla parete. Non è una pratica comune a tutti i base jumper perchè richiede velocità superiori ai 200 km/h, ben al di sopra dei 160 km/h di un volo normale, per generare la potenza necessaria a superare eventuali ostacoli e a riprendere quota con la tuta alare. Credo si sia trattato di un errore di valutazione avvenuto in una frazione di secondo ma che gli è stato fatale. In genere quando si compiono questi lanci c’è qualcuno dal basso che via radio prima del lancio segnala al jumper i probabili pericoli, in questo caso per dire al ragazzo quante nuvole c’erano in alto e quindi quanti secondi di volo poteva avere per trovare il cielo sgombro da nubi».La disciplina è in forte crescita, lo dicono i numeri, ma per praticarla serve un’adeguata preparazione. «Aver compiuto almeno 800 ore di paracadutismo può essere una base completa. Il base jumping è una disciplina complicata -continua Bogo- che non ti permette errori, perché non si ha un paracadute d’emergenza. C'è chi lo fa prima di raggiungere quella soglie di esperienza, ma secondo me è un azzardo, perché bisogna averne parecchia per risolvere l’imprevisto ed è meglio farla con il paracadutismo in alta quota perché nel base jumping il tempo è davvero poco. Si ha un solo paracadute più grande, che si apre prima e meglio è, ma in caso di errore non ci sono seconde possibilità».Nonostante queste tragedie è plausibile un’ulteriore crescita dei base jumping sulle nostre montagne? «Negli anni le montagne agordine hanno preso sempre più piede, specie da parte di appassionati esteri, che inizialmente conoscevano solo il Trentino. Ora invece i 4 o 5 base jumper noti a livello mondiale hanno aperto la strada anche agli altri. Credo ci potremmo attendere un centinaio di praticanti in questa stagione. Stanno generalmente alcuni giorni e si lanciano quotidianamente da cime diverse, oppure se hanno a disposizione un elicottero di appoggio saltano anche un paio di volte al giorno dalla stessa montagna».Però c’è un luogo ancor più frequentato in Italia. «Sì, il Brento, in Trentino, poco distante da Arco. Io ci ho saltato alcuni giorni fa, e c’erano addirittura pulmini da 8 persone strapieni che conducevano decine di base jumper in quota. Credo che quella mattina avremo volato in 80, sembrava di essere in un aeroporto. In quel luogo l’insidia sono le correnti d’aria. Bisogna saper valutare quando saltare oppure rinunciare. Ho notato nel parcheggio automobili con adesivi del Cadore e quindi credo ci sia stato anche qualcun altro base jumper del Bellunese oltre me».Quanti lanci si possono fare in un anno? «A seconda della disponibilità di tempo di ognuno. Fino a ottobre è la stagione giusta. Quaranta per i veri appassionati è una buona media. L’orario migliore? La mattina presto perchè generalmente in quelle ore le montagne non danno problemi di aria in fase di atterraggio, come invece accade spesso sul Brento perché risente del vento sul lago di Garda». Il movimento quanti praticanti conta? «Una stima credibile è di 400, e nel mondo circa duemila, ma è sommaria perché non esiste una federazione o un ente che disciplini la pratica. C’è l'Italian Based Association, dove ti iscrivi per conoscere chi salta. Ti viene chiesto chi ti ha insegnato, quanti salti hai fatto, chi è il tuo mentore e poco più».