Mentre negli Stati Uniti le Nazionali del pianeta – comprese Curaçao, Uzbekistan, Giordania, ecc. – si godono i Mondiali, e nessuno rimpiange la mancanza degli azzurri (ormai pure il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ci percula apertamente), il calcio italiano riparte nell’ordine da: un boiardo di 67 anni, che dopo aver governato per un decennio il Coni e aver lasciato centinaia di milioni di debiti a Milano-Cortina, ora si propone come salvatore della patria pallonara; un consiglio federale immutato, dove sono stati confermati tutti i rappresentanti dell’era Gravina, così come sono saldissimi al loro posto i vari dirigenti, capi e capetti che hanno spadroneggiato negli ultimi 8 anni in Federazione, se non proprio artefici almeno complici dello sfacelo; e, probabilmente, pure il vecchio ct che ha sulla coscienza la seconda delle tre mancate qualificazioni ai Mondiali, oltre al tradimento della fuga in Arabia in piena estate, però in curriculum vanta la tessera del circolo Aniene.

Depurata della retorica, i discorsi di circostanza, gli applausi e le standing ovation che incredibilmente sono state tributate non solo al nuovo presidente ma pure a quello vecchio, come se avesse vinto i Mondiali invece che farsi eliminare dalla Bosnia, l’elezione di Giovanni Malagò alla guida della FederCalcio rappresenta al contempo la causa e la conseguenza di tutti i mali che affliggono il movimento, e che probabilmente non riusciremo mai a risolvere. L’alternativa – capirai – era Giancarlo Abete, 76 anni da compiere ad agosto.