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Nelle prime due partite dei Mondiali maschili di calcio Capo Verde ha ottenuto due pareggi. Il primo è stato uno 0-0 contro la Spagna, una delle grandi favorite di questa edizione, che nella sua seconda partita ha poi vinto 4-0 contro l’Arabia Saudita; il secondo è stato un 2-2 contro l’Uruguay, che i Mondiali li vinse nel 1930 e nel 1950, quando Capo Verde non era ancora un paese indipendente. Sono due risultati sorprendenti e significativi: danno a Capo Verde discrete possibilità di qualificarsi per i sedicesimi (anche un pareggio nell’ultima partita contro l’Arabia Saudita potrebbe bastare) e soprattutto dimostrano che non era arrivato ai Mondiali per caso.
Per quanto inatteso, visto che parliamo di uno dei paesi più piccoli e meno popolosi di sempre tra quelli arrivati ai Mondiali, il successo di Capo Verde non è una «favola», come alcune narrazioni lo stanno presentando, e nemmeno un evento casuale. È invece la conseguenza di un progetto coerente e lungimirante, che ha combinato gli investimenti sul territorio a un lavoro di ricerca, scouting e convincimento di calciatori con la doppia cittadinanza (e quindi convocabili) in giro per il mondo.
Capo Verde è un piccolo arcipelago vulcanico formato da dieci isole, situato a circa 500 chilometri dalle coste del Senegal, nell’oceano Atlantico. Il paese ottenne l’indipendenza dal Portogallo nel 1975; sette anni dopo fu creata la prima nazionale di calcio. Fino alla fine degli anni Novanta non esistevano campi in erba (il calcio, insomma, era praticato in modo amatoriale, senza strutture né tantomeno campi da gioco ben mantenuti) e fino al 2013 Capo Verde non aveva mai partecipato nemmeno alla Coppa d’Africa. Quell’anno lo fece e raggiunse a sorpresa i quarti di finale, un risultato eguagliato due anni fa.











