Milano, 22 giu. (askanews) – Al Castello di Novello (Cuneo) si è conclusa ‘Nas-cëttaland’, la prima edizione del festival dedicato al vitigno bianco autoctono semiaromatico Nascetta. Novello, che è uno degli 11 Comuni della zona di produzione del Barolo, ha scelto di rimettere in primo piano non un comprimario, ma un’uva storica a lungo sopravvissuta ai margini e oggi tornata a imporsi come una delle espressioni più personali del Piemonte del vino. Perché la Nascetta porta con sé una qualità che per molto tempo è sembrata una condanna e che oggi può invece essere letta come un valore: l’imprevedibilità. In vigneto, perché la resa non offre mai una rassicurante regolarità e il peso della produzione può cambiare sensibilmente da un’annata all’altra, senza parlare dell’acidità che crolla rapidamente. Nel vino, perché il tempo non lavora mai due volte nello stesso modo e l’evoluzione in bottiglia non ripete un copione fisso. Per decenni questa natura ha penalizzato il vitigno, meno docile e meno governabile di altri, tanto che si faceva in famiglia come vino passito dolce.

Oggi, in una stagione in cui il mercato guarda con maggiore attenzione ai vini identitari e poco standardizzati, la stessa caratteristica cambia segno e la Nascetta non è interessante malgrado la sua imprevedibilità, ma anche per quella. La sua traiettoria storica aiuta a capirlo. Le fonti ottocentesche la ricordano come una varietà pregiata e strettamente legata a Novello, poi, nel corso del Novecento, la sua presenza si assottiglia fino quasi a sparire, travolta dall’avanzata di vitigni rossi più produttivi, più remunerativi e dal conclamato primato simbolico che si erano presi il ‘posto al sole’ così indispensabile per la Nascetta. La rinascita prende forma alla fine degli anni Novanta, quando alcuni vignaioli, tra cui Elvio Cogno, Valter Fissore e Daniele Savio, decidono, dopo anni di sperimentazioni, di scommettere su quei pochi filari superstiti e di riportare il vitigno alla vinificazione in purezza. È da lì che comincia il percorso che porterà prima all’iscrizione al Registro nazionale delle varietà di vite nel 2001, dopo un paio di annate sotto le mille bottiglie, e poi al riconoscimento, nel 2010, all’interno della Doc Langhe, della tipologia storicamente legata a Novello. ‘Nas-cëtta’ non è infatti una semplice variante linguistica di ‘Nascetta’: la menzione ‘Langhe Doc Nas-cëtta del Comune di Novello’ identifica una sottozona e può essere utilizzata soltanto per i vini prodotti nel territorio comunale di Novello. Fuori da quell’areale, la dicitura corretta resta ‘Langhe Doc Nascetta’. Non è un dettaglio normativo, ma un dato sostanziale: sancisce che Novello non è soltanto il luogo della memoria o della rinascita del vitigno, ma il suo baricentro territoriale riconosciuto. E in una Langa che la narrazione pubblica continua a identificare, anche giustamente, con Nebbiolo, Barolo e grandi rossi da invecchiamento, la Nascetta agisce come una deviazione interna al sistema. Non come curiosità laterale né come concessione bianca, ma come voce autonoma, capace di allargare l’immagine stessa delle Langhe, grazie a un vitigno con profondità storica, fisionomia propria e tenuta nel tempo, con suggestioni che spaziano dai Vermentino ai Riesling fino ai Moscato e ai Sauvignon Blanc.