Montemonaco (Ascoli), 22 giugno 2026 – Sotto il profilo di pietra del Gran Gendarme il lago di Pilato è tornato a mettere gli occhiali. Non accadeva da otto anni che i due bacini effimeri che nel cuore dei Sibillini vivono il respiro di una stagione si toccassero descrivendo la forma aurea dei tempi migliori, quella di millenni di storie ancestrali, riti magici, negromanti, streghe e cavalieri erranti, come il Guerin Meschino di Andrea di Jacopo da Barberino che scese nell’antro della Sibilla e trovò un’Atlantide nelle viscere della montagna. Non più di due anni fa le cronache ne descrivevano l’agonia e la sete di mesi avidi di pioggia e inverni senza neve, la materia prima che a quasi duemila metri, nel grande serbatoio della conca del Vettore, alimenta il lago al posto di ghiacciai estinti nei millenni. Ecco com’era il lago di Pilato l’anno scorso
Nel Medioevo era la porta degli Inferi che aveva inghiottito il corpo di Ponzio Pilato su un carro trainato da bufali impazziti. Ne scrissero Ludovico Ariosto e Benvenuto Cellini, ma anche il viaggiatore francese Antoine de La Sale, che nel 1420 si avventurò fin lassù, nel regno della Sibilla, con un salvacondotto del vescovo di Norcia. Oggi la rinascita di uno dei simboli del parco dei Sibillini – uno dei pochi laghi glaciali dell’Appennino in uno scenario d’incanto, tra le creste del Pizzo del Diavolo e la gorgiera di sua maestà il Vettore, che salterella giù verso quei birbanti cortigiani del Sasso d’André, del Torrone e del Banditello – cade come un seme di speranza su una terra che a dieci anni dal terremoto anche ai segni del destino ha bisogno di aggrapparsi per continuare a credere che ci sia un futuro oltre la sventura.








