Chi ha giocato qualche volta a Risiko lo sa. Se il tuo avversario ti ha messo alle strette e lo hai contro anche in un altro territorio: schiera un paio di carri armati e apri il nuovo fronte. Male non ti farà.

Ecco, i generali di Volodymyr Zelensky non lanciano dadi in aria, ma temono qualcosa di simile. I russi messi in ginocchio sul fronte sud, con la Crimea quasi isolata, martoriata dai droni, senza più benzina (come raccontato da Linkiesta già due settimane fa), potrebbero decidere di riaprire le ostilità a nord, per la precisione dalla Bielorussia, convincendo Alexander Lukashenko, padre-padrone del Paese da trentadue anni, a entrare in guerra o quantomeno a concedere totale libertà di movimento all’ingombrante alleato.

La questione non è inedita. Nel febbraio del 2022 l’invasione cominciò così, con parte delle colonne corazzate entrate dal territorio bielorusso in direzione della capitale Kyjiv e con l’imprevista, decisiva resistenza di Chernihiv, città da duecentottantamila abitanti, assediata per cinque settimane e poi occupata per un breve periodo. Memore del passato e visto l’intensificarsi di attività oltreconfine, già a metà aprile Zelensky aveva lanciato messaggi a Minsk, ma è nelle ultime settimane che la tensione si è alzata davvero, fino al vero e proprio ultimatum rivolto venerdì scorso dal leader ucraino: gli impianti di ripetizione del segnale presenti lungo il confine utilizzati per guidare gli attacchi dei droni russi devono essere disattivati.