In Italia un elettore su 10 è "fuorisede": in Commissione Affari Costituzionali, l'opposizione ha presentato un emendamento, per il momento "accantonato". Dopo l'iniziale no la maggioranza sarebbe pronta a riaprire la discussione

Associazioni e comitati che rappresentano studenti e lavoratori lo chiedono a gran voce da tempo. Proprio in questi giorni è tornato così ad accendersi il dibattito sulla questione del diritto al voto ai fuorisede, grandi esclusi dall’ultimo referendum. Un diritto che, direbbero in molti, è già previsto e tutelato dalla Costituzione all’art. 48, che lo descrive come un dovere civico, ma che nei fatti non risulta garantito a studenti e lavoratori che risultino domiciliati temporaneamente, ma almeno da tre mesi, in un Comune diverso da quello in cui hanno la loro residenza fissa. Se ne è quindi tornato a parlare in occasione della nuova legge elettorale.

Diritto di voto ai fuorisede

Il termine fuorisede si riferisce ad una categoria piuttosto eterogenea per età, origine e occupazione. Si tratta di una fetta di popolazione (stando alle ultime stime in materia, risalenti al 2021) che in Italia conta 4,9 milioni di persone: in altre parole, un elettorale su 10 è fuorisede. Persone accumunate dal fatto di trovarsi temporaneamente domiciliate in un Comune diverso da quello di appartenenza per motivi di lavoro, studio o salute e che vi risiedano temporaneamente da almeno tre mesi, periodo nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale. Di questi, più di 4,1 milioni sono lavoratori e lavoratrici, mentre il 20% è composto da studenti iscritti in un ateneo che ha sede in una città diversa da quella di provenienza. Il 38% del totale dei fuorisede, inoltre, vive ad oltre 4 ore di distanza dal suo Comune. Per questi cittadini, non è prevista ufficialmente una modalità che permetta loro di votare nel posto in cui studiano, lavorano, o – è bene ricordarlo – si trovano, in molti casi, per ricevere cure mediche.