Roma, 21 giu. (askanews) – “Montagne russe allo stato puro”. Così nell’entourage di Palazzo Chigi qualcuno ha descritto la manciata di ore che questa settimana dal G7 di Evian al Consiglio europeo di Bruxelles ha visto Donald Trump e Giorgia Meloni passare da una presunta riappacificazione a suon di sorrisi e pacche sulle spalle alla rissa da bar (politicamente, si intende). Un vero e proprio ottovolante lanciato alla massima velocità e senza cinture di sicurezza. Come, del resto, è abitudine del tycoon.

Ma facciamo un passo indietro. Ormai sono passati alcuni mesi da quando tra Trump e Meloni dalla “special relation” si era passati al ‘grande freddo’. Prima, in gennaio, erano arrivate le accuse contro i militari alleati, anche italiani, in Afghanistan. Poi, ad aprile, gli attacchi a papa Leone XIV. Un susseguirsi di colpi sferrati che aveva portato Meloni a fare una riflessione, anche spinta da coloro che – nello staff, tra i parlamentari più vicini, nel governo – la invitavano a considerare il bassissimo consenso che il presidente Usa ha in Italia e, di conseguenza, i rischi che comportava restare attaccati al treno MAGA. “Alla fine con le sue uscite ci ha fatto un favore – rifletteva ad aprile con Europa Building un parlamentare Fdi di primo livello – anche Giorgia si è convinta che non ci si può fidare di lui”.