BELLUNO - Sarà un weekend soffocante, la fase clou della prima, vera ondata di caldo africano della stagione. Gli ultimi aggiornamenti sono sconfortanti: lo zero termico potrebbe sfiorare anche a nordest i 4500 metri con un'impennata eccezionale sia per intensità che per durata. Ma non sono le notti tropicali a preoccupare più di tanto. La provincia di Belluno non risente degli effetti micidiali in termini di calura e tasso di umidità delle zone pianeggianti, ma c’è anche il rovescio della medaglia: di fronte a fenomeni così estremi, con tempi di ritorno sempre più stretti e con persistenze tanto pronunciate, la montagna rischia di essere messa a durissima prova. E, in questo contesto, le Dolomiti sono un territorio particolarmente fragile che i cambiamenti climatici contribuiscono a rendere sempre più instabile.
Caldo, come proteggere cani e gatti dalle alte temperature: le regole fondamentali Nuova mazzata Inverni miti con precipitazioni scarse ed estati calde contribuiscono allo scioglimento dei ghiacciai, tanto che quello della Marmolada ben presto potrebbe sparire. Negli ultimi tre anni sulle Alpi è stata persa più del 10% della massa glaciale. Questa ondata di calore rappresenta quindi una ulteriore mazzata per i ghiacciai. «Queste sono giornate cruciali per i ghiacciai di alta quota -conferma il docente di chimica analitica all’università Ca’ Foscari Carlo Barbante- ma l’ondata di calore che si è appena affaccaiata sulle nostre regioni va dalla Svizzera fino alle Alpi Giulie quindi è estremamente pesante. Quantificare i danni sarà difficile perchè è la prima della stagione e vede i ghiacciai ancora in parte coperti dalla neve invernale. Ma fa molto, troppo caldo, si sente dappertutto. I conti poi li faremo a settembre, però è chiaro che potenzialmente anche le alte quote potrebbero soffrire e parecchio. Poi c’è l’incognita el Niño che avrà un'influenza importante in Sud America ma con riflessi indiretti anche in Europa. Potenzialmente per i ghiacciai potrebbe essere un'estate terribile».Il pensiero corre subito alla calda estate del 2022 che il 3 luglio coincise col dramma della valanga sulla Marmolada, oppure in Svizzera il più recente gigantesco distacco da un ghiacciaio del Canton Vallese che ha travolto l'abitato di Blatten. «Difficile dire se con questo caldo ci sia un rischio maggiore di potenziali distacchi -prosegue Barbante - È chiaro però che grandi ondate di calore se poi persistono nel tempo, aumentano il rischio di crolli di ghiaccio. Tutta la criosfera è minacciata dal riscaldamento globale. C'è anche il tema della fusione del permafrost, ovvero del suolo congelato. Ne abbiamo ancora in alcune zone della Dolomiti ma si sta scongelando e questo porta a una importante instabilità del terreno e alla formazione di frane. Questi sono anche i principali rischi legati all'ondata di calore». Proiezioni preoccupanti Una situazione di forte stress quindi per le Dolomiti. Le proiezioni dei modelli matematici lanciano un campanello d'allarme: tra oggi e la prima parte della prossima settimana, lo zero termico sulle Alpi, e anche sulle Dolomiti, è previsto salire stabilmente oltre i 4100 metri con picchi di 4500, un valore eccezionale per le nostre montagne, specie in questo periodo. Questo si traduce nel fatto che nessuna vetta dolomitica sperimenterà temperature sotto lo zero. Ci possiamo attendere temperature positive a quote dove normalmente si trovano nevi perenni e ghiacciai, con valori che potrebbero toccare i 3-5°C anche a 4000 metri di altitudine. Cautela necessaria Il caldo africano potrebbe spingere molti escursionisti in montagna, ma specie alle altitudini elevate, sono necessarie le dovute cautele. «La montagna va sempre presa con molta prudenza, soprattutto in alta quota -conclude Barbante- e in zone molto esposte i rischi aumentano in quanto temperature così elevate possono contribuire al crollo dei seracchi». Il segnale è chiaro: uno zero termico così elevato è un segnale d'allarme per tutto l'ambiente alpino: non solo accelera l'agonia dei ghiacciai, ma rende l'alta montagna un ambiente più pericoloso a causa dell'aumentata instabilità geomorfologica.













