La spesa per i farmaci acquistati direttamente dalle Regioni sfonda di 4,7 miliardi il tetto programmato per il 2025 e per correre ai ripari l’Aifa prepara una revisione del Prontuario terapeutico, che rischia di trasformarsi per gli assistiti in un super-ticket occulto che potrebbe arrivare, se non superare, il miliardo di euro. Procediamo con ordine. Il monitoraggio di mercoledì dell’Agenzia del farmaco certifica il nuovo, maxi sfondamento di spesa, tra l’altro dovuto solo in minima parte ai farmaci innovativi. Soldi che per metà dovranno mettere le Regioni e per metà le aziende, che solitamente però si rifanno al momento di fissare i prezzi dei nuovi prodotti. Per questo il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha da tempo sollecitato l’Aifa a intervenire per tamponare la falla. Solo che la toppa ora sembra peggiore del buco. Perché anziché sfrondare dal prontuario quel 40% di farmaci inutili e copia, come sollecitato da anni dal farmacologo Silvio Garattini, si è deciso di procedere con quello che in gergo tecnico si chiama “prezzo di riferimento”.

Un meccanismo che si applica già ai farmaci fuori brevetto e che consiste in questo: tra medicinali identici, con lo stesso principio attivo, dosaggio, via di somministrazione e identica forma farmaceutica, lo Stato rimborsa appieno solo quello con il prezzo più basso, di solito il generico. Chi vuole la pillola “griffata” paga la differenza di prezzo. Solo che questa volta il metodo non lo si vuole applicare a medicinali fotocopia ma a quelli appartenenti alla stessa categoria terapeutica. Ad esempio i gastroprotettori: ne esistono di svariati tipi, con principi attivi diversi e non tutti adattabili alle singole esigenze del paziente che così, alla faccia della medicina di precisione invocata dalla stessa Aifa, si troverebbe non per scelta ma per necessità a pagare la differenza di prezzo, a volte anche notevole. Per evitare il salasso bisognerebbe sperare che le aziende accettino di abbassare i prezzi dei prodotti più costosi. Ma non sarà così. L’Aifa ha già iniziato a inviare le Pec con richiesta di riduzione dei listini, ma a larga maggioranza le imprese hanno risposto picche. Per due motivi. Il primo è che, trattandosi di medicinali con peculiarità e livelli di efficacia diversi, le aziende pensano di poter reggere sul mercato l’eventuale differenza di costo a carico dell’assistito. Il secondo è che dal 12 maggio l’Italia è nel gruppo degli otto Paesi, tra cui Germania, Francia e Regno Unito, che determinano il prezzo di riferimento da praticare poi negli Usa nell’ambito dei programmi Medicare, dedicato agli anziani, e Medicaid per le persone a basso reddito. Ed è improbabile che qualcuno accetti di abbassare il prezzo da noi per vederselo poi ridurre nel mercato statunitense. Questo potrebbe anche indurre le imprese che operano in Italia a generare carenze di medicinali pur di non subire poi ribassi da Trump.