Un morto in divisa dell’esercito libanese, un’intera famiglia uccisa, un bilancio di 16 morti destinato ad aggravarsi. È solo l’ultimo capitolo del continuo fuoco esploso sabato 20 giugno dall’Idf nel Libano sud. Le ripercussioni sono state immediate: fermati di nuovo i flussi a Hormuz, stretto nella tenaglia del controllo dei pasdaran. La prosecuzione della dinamica bellicista israeliana stava mettendo e continuerà a mettere a repentaglio i negoziati.

Ma domenica 21 giugno arriva JD Vance in Svizzera per incontrare il capo delegazione iraniano, il presidente del parlamento Ghalibaf. Gli alti vertici di Teheran confermano agli elvetici che stanno arrivando ma la controparte deve «adottare le misure necessarie il prima possibile, altrimenti l’intero accordo sarà compromesso».

Il presidente libanese, Joseph Aoun, nel colloquio avuto sabato con il Segretario di Stato americano, Marco Rubio – che sarà in Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrain la prossima settimana – ha ribadito «la necessità di fermare le aggressioni israeliane contro i territori libanesi attraverso il raggiungimento di un cessate il fuoco globale».

Mentre Israele sostiene che a compromettere il cessate il fuoco in vigore siano stati gli attacchi di Hezbollah, da Teheran a Beirut si leva un coro unanime: è il sangue versato sul terreno a mettere a compromettere e ostacolare ogni prospettiva negoziale. «È ormai chiaro che la prosecuzione della brutale aggressione israeliana mira a far deragliare qualsiasi soluzione che possa consentire il ripristino della stabilità in Libano».