Non possiamo consolarci dicendo che Donald Trump è il peggior presidente degli Stati Uniti a memoria d’uomo. Non possiamo perché è l’uomo più potente del mondo e, salvo imprevisti, resterà in carica ancora per due anni e mezzo.

Ma a meno di scuse formali – cosa improbabile, visto il personaggio – l’enormità dell’ultimo incidente con Giorgia Meloni è destinata ad incrinare molto profondamente i nostri rapporti transatlantici. È vero che l’Italia è alleata degli Stati Uniti e non del suo presidente. Ma in quel Paese nulla si muove senza l’avallo del capo dell’esecutivo.

La doverosa durezza della risposta del Presidente del consiglio e lo scontato annullamento del viaggio negli Usa del ministro degli Esteri Tajani previsto per venerdì rendono lunghi e complessi i tempi di una ricomposizione che – conoscendo Meloni – non potrà mai più essere completa. La stessa decisione presa dal governatore della Lombardia, Fontana, e da Confindustria, pur di minore rilievo politico, dimostra quanto possano essere estese nel rapporto bilaterale le conseguenze dell’incidente.

A parte la malagrazia di Fratojanni, non c’è nessuno – nemmeno all’opposizione - che abbia creduto per un istante alla versione di Trump circa l’ «implorazione» di una photo opportunity. E c’è da chiedersi perché il presidente degli Stati Uniti sia arrivato a tanto. D’altra parte, uno che in pieno G7 di Evian è arrivato a dire «I’m the boss», io sono il capo, non ha la più pallida idea di cosa sia il senso la misura e della stessa buona educazione.